di Stefano Stefanini
La Stampa, 23 maggio 2024
I mandati di arresto richiesti dal Procuratore Capo del Tribunale penale internazionale fanno bene alle coscienze. Fanno malissimo alla pace. L’allontanano. Karim Ahmad Khan intende applicare il “diritto umanitario internazionale”, violato dai leader di Hamas per “crimini contro l’umanità” il 7 ottobre e dal primo ministro e dal ministro della Difesa israeliani per “privazione sistematica dei mezzi per la sopravvivenza” della popolazione di Gaza. Nel bel mezzo della guerra contro un movimento terroristico e della durissima crisi umanitaria della Striscia non contano le intenzioni; contano gli effetti che hanno.
Il principale è stato di allentare la pressione, interna ed esterna, su Benjamin Netanyahu per fermare l’operazione militare contro Rafah e per offrire una soluzione politica al futuro di Gaza e della Palestina. Khan ha così gettato al primo ministro israeliano una ciambella di salvataggio che gli permette, una volta di più, di rimanere in sella a Gerusalemme, di tener testa alle richieste americane e di continuare “l’assedio totale a Gaza”, motivazione della richiesta di mandato d’arresto. Bibi era alle strette. Sempre più impopolare, fronteggiava l’ultimatum di Benny Gantz e dello stesso ministro della Difesa, Yoav Gallant, per presentare entro l’8 giugno un piano per Gaza nel dopoguerra. Da Washington piovevano le critiche per l’invasione di Rafah.
La musica è di colpo cambiata. Joe Biden è immediatamente passato a censurare l’operato del Tpi. In Israele oppositori e critici hanno fatto quadrato intorno al governo, sdegnati soprattutto per “l’intollerabile equazione” con Hamas. Questa solidarietà non durerà a lungo ma intanto Netanyahu tira avanti. Come osserva Thomas Friedman sul New York Times, l’inattesa boccata d’ossigeno distrae dall’altra falsa, e pericolosa, equazione fra Hamas e Autorità palestinese che egli cerca di accreditare. Se “Hamas e Fatah sono la stessa cosa” non ci può essere Stato palestinese.
Non resta che colonizzare Gaza e la Cisgiordania come vogliono i ministri estremisti, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Karim Khan non ha colpa di queste conseguenze perverse, per quanto prevedibili. Il suo mestiere che è di far rispettare il diritto internazionale. Molti giuristi ritengono ineccepibile il suo operato. Il conflitto fra buone intenzioni giuridiche e pessimi effetti pratici nasce a monte. Nasce dall’entrata a gamba tesa del diritto sul terreno ancora instabile della politica e della diplomazia. Tocca a loro trovare una via d’uscita alla crisi costata la vita agli israeliani massacrati da Hamas e di cui stanno facendo le spese i due milioni di palestinesi delle Striscia.
Il diritto deve fare un passo indietro e aspettare. Altrimenti diventa un ostacolo alla pace. Questo vale per la guerra fra Israele e Hamas a Gaza. Vale per quella russo-ucraina. Vale per tutte le guerre. Il turno dei tribunali viene dopo le guerre. Durante le guerre tocca alla diplomazia. Senza bisogno di risalire a Norimberga, che favorì l’incredibile catarsi tedesca post-bellica, i processi chiave del Tribunale per l’ex-Jugoslavia si sono tenuti solo dopo i negoziati politici. Prima venne Dayton, poi l’Aja. In “Come mettere fine a una guerra” Richard Holbrooke non fa mistero di aver trattato con gli stessi personaggi che poi finirono sul banco degli imputati: Slobodan Milošević, Radovan Karadžić, Ratko Mladić. La pace costa strette di mano ostiche. Ricordiamo bene quella, sofferta, di Yitzhak Rabin a Yasser Arafat nei giardini della Casa Bianca. Questa è diplomazia. Il diritto è una cosa diversa.
Alle elementari, in Scienze, impariamo che acqua e olio non fanno soluzione. Ma a tavola è necessario avere l’una per dissetarsi, l’altro per condire. Lo stesso dicasi di diplomazia e diritto internazionale. Vanno tenuti separati. Un mandato d’arresto contro un leader in esercizio delle sue funzioni crea il paradosso di ostacolare il dialogo quand’anche se ne creino le condizioni politiche. Immaginiamo una conferenza di pace sulla crisi ucraina. Improbabile ma certamente auspicabile. A Vienna, Ginevra o Helsinki, classiche sedi di vertici fra Mosca e Occidente. Con la partecipazione di Vladimir Putin. Altrimenti con chi parlarne? Cosa dovrebbero fare austriaci, svizzeri o finlandesi, arrestarlo perché colpito da mandato di cattura del Tpi? O pensiamo a una conferenza di pace sul Medio Oriente a Roma, che forse non dispiacerebbe al governo italiano. Cosa fare con Benjamin Netanyahu, se i giudici dell’Aja accolgono la richiesta del procuratore capo? Quando ci si siede a un tavolo per negoziare il meglio giuridico è nemico del bene diplomatico.










