di Alessia Melcangi
La Stampa, 19 settembre 2024
Come nel 1967, quando gli stati arabi stavano predisponendo l’ennesima guerra contro Israele, e Tel Aviv anticipò le loro mosse sbaragliando in sei giorni le forza militari egiziane, siriane e giordane, allo stesso modo Israele gioca oggi d’anticipo. Questa volta però il governo di Netanyahu non si muove solo in maniera difensiva, ma provoca, alza la posta in gioco. Davanti all’Iran esitante e a Hezbollah che in fondo, con un consenso in declino, non vuole la guerra dentro i suoi confini, Israele spariglia le carte, rendendo ancora più improbabile qualsiasi de-escalation.
In questi giorni, il primo ministro israeliano ha minacciato di voler modificare lo status quo del Monte del Tempio per permettere la preghiera ebraica in uno dei luoghi più sacri dell’islam, la Spianata delle Moschee. Decisione presto ritirata: qualcuno deve averlo messo in guardia dall’incauto provvedimento che avrebbe di certo provocato una rivolta interna. Nel 2000, infatti, la passeggiata dell’allora leader del Likud, Ariel Sharon, in questo luogo inviolabile per musulmani, aveva portato all’esplosione della seconda intifada. Ma il governo di Netanyahu non si ferma qui: trapela la notizia della prossima defenestrazione del ministro della Difesa Yoav Gallant, uno dei falchi dell’amministrazione israeliana, colpevole tuttavia di aver recentemente messo in discussione ciò che è diventato un dogma del governo israeliano: guerra a oltranza a Gaza fino alla distruzione totale di Hamas. E ancora, sempre nei giorni scorsi, il governo di Tel Aviv ha dichiarato di aver inserito tra gli obiettivi di guerra il rientro dei circa sessantamila israeliani sfollati dalle loro case al confine con il Libano a causa dei continui lanci di razzi, missili e droni da parte di Hezbollah. Martedì e ieri, due ripetuti attacchi ai quadri operativi di Hezbollah attraverso esplosioni di device wireless, riconducibili, seppur senza rivendicazione ufficiali, quasi sicuramente ai servizi israeliani, provoca migliaia di feriti e diversi morti in tutto il Libano.
Il messaggio sembra essere chiaro: Tel Aviv punta adesso al fronte nord, vuole sferrare un duro colpo a Hezbollah e mettere in sicurezza il confine. E lo fa attraverso questo “attacco creativo” che, oltre a disarticolare l’operatività della milizia filo-sciita dimostrando la propria superiorità tecnologica e di intelligence, ha lo scopo di sbalordire per l’efficacia dell’esecuzione e mandare un messaggio inequivocabile: Israele è in grado di colpire al cuore i propri nemici, qualsiasi essi siano, dovunque essi si trovino, oltre ogni speranza di impunità. Siamo quindi alle soglie di un nuovo scontro lungo la frontiera libanese, il primo intervento di grande portata dalla guerra del 2006? Ma al di là dell’avvio di un nuovo conflitto, che piagherebbe ulteriormente un paese, il Libano, già in profonda crisi politica ed economica, aumentando il numero ormai oneroso di vittime di questa guerra, cosa comporta questa nuova mossa?
Hezbollah è al centro della cintura di fuoco creata dall’Iran, i cui perni sono tutti quei proxy sui quali fa affidamento la Repubblica islamica per accerchiare Israele: gli Houthi yemeniti, Hamas, i gruppi armati in Iraq e Siria, una rete di milizie creata negli anni e legata dalla solidarietà sciita o dall’avversione comune allo stato ebraico. Tuttavia, una differenza sostanziale tra questi attori c’è, e può essere decisiva in questa fase: tutte le milizie sono sacrificabili eccetto una con la quale Teheran ha stabilito forti legami già dai primi anni della Repubblica islamica, caposaldo della strategia della guerra asimmetrica dell’Iran: Hezbollah. Teheran potrebbe non voler assistere inattiva allo smantellamento della milizia i cui rapporti con i pasdaran e con i vertici religiosi iraniani sono consolidati e potrebbe decidere di scendere in difesa dell’alleato più solidale nell’area. Nell’ipotesi si un attacco massiccio israeliano contro Hezbollah, difficilmente le voci più moderate e pragmatiche in Iran riuscirebbero a frenare quella reazione promessa già dopo l’assassino di Haniyeh ma per il momento rimandata. Allora si aprirebbe lo scenario più temuto, una guerra dalle conseguenze drammatiche per l’intera regione, in cui lo stesso Israele rischierebbe di pagare l’avventurismo del suo governo









