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di Alessandra Annoni, Micaela Frulli, Triestino Mariniello

Il Manifesto, 6 giugno 2025

Il 19 luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha reso un parere consultivo di importanza storica. Considerando le prassi e le politiche implementate da Israele in Cisgiordania, a Gerusalemme est e nella Striscia di Gaza come una grave violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, del divieto di acquisizione territoriale con la forza e del divieto di segregazione razziale e apartheid, la Cig ha accertato l’illiceità dell’occupazione israeliana, affermando l’obbligo per lo Stato ebraico di smantellare le colonie e ritirare le proprie truppe “il più rapidamente possibile” - senza possibilità di invocare ragioni di sicurezza o la necessità di negoziare una pace duratura come giustificazione per il protrarsi dell’occupazione - e quello di riparare i danni causati, consentendo ai rifugiati palestinesi del 1967 di fare ritorno nelle proprie terre.

Vista la rilevanza generale delle norme di diritto internazionale violate, il parere riconosce anche una serie di obblighi in capo agli Stati terzi. Tutti, a maggior ragione quelli che intrattengono con Israele relazioni diplomatiche amichevoli, sono tenuti a interrompere qualunque forma di aiuto o assistenza al mantenimento dell’occupazione illecita ed hanno l’obbligo di adoperarsi per indurre Israele a ritirarsi. In linea con queste indicazioni, il 18 settembre 2024 l’Assemblea generale dell’Onu ha esortato gli Stati a cessare la fornitura a Israele di armi ed equipaggiamento militare che potrebbero essere usati nei Territori, li ha invitati a adottare sanzioni contro individui e imprese coinvolte nel mantenimento dell’occupazione e li ha sollecitati a garantire la punizione dei responsabili delle violazioni del diritto internazionale perpetrate ai danni dei palestinesi. La risoluzione è stata adottata a larghissima maggioranza; l’Italia si è astenuta.

Obblighi in capo agli Stati terzi scaturiscono anche dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948, ratificata da 149 Stati tra cui l’Italia. La Convenzione definisce chiaramente il genocidio, il cui tratto caratteristico risiede nel compiere determinati atti (omicidio, lesioni gravi fisiche e mentali, condizioni di vita miranti a distruggere un gruppo, impedire le nascite e trasferire bambini da un gruppo a un altro) con l’intento di distruggere in tutto in parte un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso in quanto tale. Oltre a stabilire il divieto di genocidio, di istigazione e di complicità, la Convenzione pone a tutti i contraenti un chiarissimo obbligo di prevenzione. Obbligo violato se gli Stati terzi non fanno tutto ciò che è nelle loro possibilità per impedire che un genocidio si compia: è un obbligo di comportamento, non di risultato. Gli Stati devono prendere tutte le misure possibili per impedire che un genocidio si compia - anche se ritengono che le loro azioni potrebbero avere uno scarso impatto - e più stretti sono i rapporti con lo Stato che si accinge a perpetrare un genocidio, più grande la responsabilità nel fare tutto il possibile per fermarlo. Nel 2007, sulla base di questi argomenti, la Cig condannò Serbia e Montenegro per mancata prevenzione del genocidio di Srebrenica. La stessa Cig, nel 2024, ha adottato tre ordinanze cautelari con cui, preso atto delle condizioni di vita catastrofiche dei palestinesi a Gaza, ha ordinato a Israele di fare tutto il possibile per non commettere un genocidio, ritenendo plausibile il rischio di violazione della Convenzione. Di fronte a tale rischio, gli Stati terzi hanno l’obbligo di prendere misure incisive: sospendere ogni trasferimento di armi, adottare sanzioni politiche, diplomatiche e commerciali, garantire la distribuzione degli aiuti umanitari.

A questi obblighi si aggiungono quelli derivanti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (Cpi). Il 21 novembre 2024, la Cpi ha emanato mandati di arresto nei confronti del premier israeliano Netanyahu e dell’ex ministro della difesa Gallant, indiziati di crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi a Gaza. Gli Stati contraenti dello Statuto di Roma - compresa l’Italia - devono eseguire i mandati di arresto nel caso in cui si presenti l’occasione. L’obbligo non lascia spazio a discrezionalità politiche: il mancato adempimento, così come avvenuto nel caso Al Masri, comporterebbe una grave violazione del diritto internazionale.

Se il contenuto degli obblighi giuridici è chiaro, non è così evidente la volontà degli Stati e delle istituzioni europee di rispettarli in ogni circostanza. L’Italia sostiene legittimamente il ricorso agli strumenti del diritto internazionale in tanti altri contesti ma continua a porre Israele al di sopra della legalità internazionale. Come altri Stati - tra cui Francia e Germania - ha dichiarato che Netanyahu non verrebbe arrestato in caso di visita in Italia. L’Unione europea ha promosso con forza la giustizia internazionale in Ucraina, arrivando a proporre un nuovo tribunale per il crimine di aggressione e rendendo la ratifica dello Statuto di Roma una condizione per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Ma dov’è la difesa della legalità quando la Cpi viene minacciata dalle sanzioni Usa o uno Stato membro, come l’Ungheria, accoglie un ricercato internazionale e annuncia il ritiro dallo Statuto? Questo doppio binario discrimina anzitutto le vittime: ai Palestinesi, già disumanizzati da una retorica che li definisce “animali umani”, è negato persino l’accesso alla giustizia. La politica dei doppi standard mina alla base credibilità, legittimità ed efficacia del diritto internazionale e rischia di erodere l’architettura giuridica internazionale costruita faticosamente dopo il 1945.

Continuare a opporsi all’applicazione di strumenti di diritto internazionale creati proprio per evitare il ripetersi degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, non farà altro che contribuire a perpetuare uno scenario di morte e di ripetizione ciclica delle spirali di violenza armata nel contesto israelo-palestinese. Coloro che credono che gli attacchi degli Stati alla Cpi possano danneggiare il suo ruolo solo in Palestina sono pericolosamente ingenui. Cpi e Cig rappresentano alcuni degli ultimi argini contro la barbarie. Come ricorda l’avvocato palestinese Raji Sourani: senza giustizia internazionale, resta solo la legge della giungla.