sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Francesca Mannocchi

La Stampa, 22 aprile 2024

Nato nel 1949 per ospitare in Libano gli sfollati palestinesi. All’inizio era un ammasso di tende mentre oggi è un dedalo di edifici alti. In uno spazio pensato per accogliere tremila persone ce ne sono diciassettemila. Quando ha lasciato la casa in cui è nato, Ibrahim Nemer Deraoui aveva dieci anni. Era il 1948, l’anno della fondazione dello Stato di Israele, dello sfollamento forzato di 700 mila palestinesi dalla loro terra, l’anno della Naqba, la catastrofe.

È arrivato in Libano a piedi con sua madre e suo padre, che gli chiedeva se volesse essere preso in braccio. Ibrahim era il più piccolo di nove fratelli, ma gli ha detto: “No, camminerò”. Hanno attraversato i villaggi di Ayta, Bayt Lif, Yater Ibrahim ricorda che le persone accoglievano tutti con generosità, davano il benvenuto agli sfollati, aprivano le porte dei villaggi come fossero nati lì, poi sono arrivati a Chaaitiyeh, pensavano di aspettare lì qualche giorno per poter tornare a casa. Ma non sono mai tornati indietro ed è iniziata la loro vita da ospiti. Vive dal 1949 nel campo profughi di Shatila, a Beirut, la cui storia è scritta sull’esilio, sul massacro di Shatila del 1982, la guerra dei campi degli anni Ottanta. Tutte ferite riaperte oggi dalla guerra a Gaza.

Il campo di Shatila è stato istituito nel 1949, come dozzine di altri nella regione, per ospitare gli sfollati palestinesi. All’inizio era un ammasso di tende per le famiglie in fuga soprattutto dalla Galilea, negli anni i rifugiati sono diventati 250 mila solo nei 12 campi in Libano. Oggi è un dedalo di cemento senz’aria, edifici che si estendono in altezza, perché la gente aumenta con l’aumento delle guerre e della crisi. In uno spazio di un chilometro quadrato, pensato per ospitare temporaneamente tremila persone, oggi ce ne sono diciassettemila secondo le stime ufficiali, almeno il doppio per quelle ufficiose. Non più solo palestinesi, ma anche siriani in fuga dal conflitto, iracheni, bengalesi che non possono tornare a casa o non possono permettersi di vivere in un posto più dignitoso e libanesi impoveriti dalla crisi economica.

La prima cosa che si vede a Shatila è quella che non si vede: non c’è luce. Nei decenni le case sono venute su una sopra l’altra, tre, cinque, otto, dieci piani di case che sono scatole di cemento impastato all’acqua di mare, fragili e cedevoli come la condizione dell’esule, di chi è arrivato pensando di vivere in un campo profughi temporaneo, e che ha visto il temporaneo diventare permanente. Gli edifici sono costruiti a una distanza di un metro uno dall’altro. Il risultato è che chi vive ai primi piani, non vede mai la luce. Ragazzini, neonati, che crescono tra vecchie pareti umide con un groviglio di cavi elettrici che lega una casa all’altra, così bassi lungo i vicoli da poterli toccare, ma nel campo la luce elettrica arriva solo poche ore al giorno e le case senza finestre restano completamente buie.

Nella bottega di uno dei suoi figli Ibrahim osserva alla televisione le notizie che arrivano da Gaza. Immagini che gli ricordano ciò che è stato, e anche che la lezione della storia non sia stata imparata. “Stanno facendo ora a Gaza quello che hanno fatto a noi”. Dice quello che dicono i gazawi, quello che dicono i palestinesi della Cisgiordania: “Non ci vogliono da nessuna parte”. I palestinesi sanno che se lasciano la loro terra vanno incontro a un destino di esilio permanente, in cui il diritto al ritorno è sancito solo sulla carta, e mai rispettato da settantacinque anni.

Dice quello che dicono i coloni, e i membri di estrema destra del governo Netanyahu, che uno Stato palestinese non esisterà mai, che i palestinesi devono lasciare la terra dello Stato di Israele e essere accolti dai Paesi confinanti. Per questo Shatila è la storia che si ripete. Il prototipo di quello che sarà la vita di tutti i palestinesi che lasceranno o saranno costretti e forzati a lasciare la propria terra. Per immaginarsi il futuro, basta guardare i campi libanesi. Lo sanno i palestinesi ancora nelle loro case, lo sanno quelli che vivono in esilio da 70 anni, e lo sanno quelli che in esilio sono nati e cresciuti.

Accolti come rifugiati, i palestinesi vivono in una condizione discriminatoria. La loro presenza è tollerata solo in uno stato di minorità, di privazione dei diritti. La Costituzione libanese non consente ai palestinesi di acquistare proprietà, cioè vivono in un Paese in cui non potranno mai avere una casa, e non consente loro di avere un lavoro qualificato. I palestinesi sono esclusi da decine di professioni, tra cui la legge e la medicina. Perciò i bambini che si incontrano a Shatila hanno adattato le loro aspirazioni alla consapevolezza delle possibilità che gli sono negate. Che senso ha sognare alto, se non potrò mai essere medico, o ingegnere? Che senso ha studiare per una professione che non potrò mai svolgere?

Passano le giornate tra le aule delle scuole dell’Unrwa, un campo di calcio e il vicolo degli spacciatori, la zona di confine nella terra di nessuno. La via dove a vent’anni chi vende droga non ha più denti e dove tutti hanno paura di camminare. Per i giovani nati qui la vita nel campo è una identità spezzata. Nel piazzale adiacente al campo di calcio, l’unico per tutti, alla domanda: se dovessi dire quale sia la tua cittadinanza? rispondono in coro: siamo palestinesi. In due dicono “libanese”, perché la Palestina l’hanno conosciuta solo nelle parole dei genitori, e dei nonni. Sono nati qui e faticano a trovare nel pezzo di carta che sancisce siano palestinesi, l’embrione e lo sviluppo di una vera identità, che non sia solo quella del rifugiato. Ma su una cosa sono tutti d’accordo, cioè che per la Palestina si deve essere pronti a combattere. A ricordarlo loro non sono tanto le foto di Arafat, ingiallite dal tempo, né le bandiere di Fatah, presenti quasi ovunque, quanto le foto di Abu Obaida, portavoce delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, l’ala militare di Hamas o del leader Ismāʿīl Haniyeh. E le scritte sui muri, una raffigura le ultime parole di Ibrahim al-Nabulsi, un combattente ucciso a Nablus in un raid israeliano due anni fa: “Nessuno dovrebbe mai lasciare il fucile”.

Le forze di sicurezza libanesi non possono entrare nei campi, la sicurezza è in mano alle diverse fazioni armate palestinesi che si scontrano tra loro, per il potere, il controllo della comunità e anche per il reclutamento: all’inizio di dicembre Hamas ha lanciato un appello affinché le persone nei campi si unissero al gruppo. A gennaio in migliaia hanno partecipato ai funerali di Saleh al-Arouri, vicecapo del politburo di Hamas ucciso da un attacco israeliano a Dahiyeh, un sobborgo di Beirut. La bara avvolta nelle bandiere palestinesi e di Hamas è stata portata in corteo in una moschea della città per la cerimonia funebre e infine al cimitero dei Martiri palestinesi di Beirut.

Ibrahim Nemer Deraoui è preoccupato per i suoi nipoti, ne ha venti, nati e cresciuti tutti nel campo come i suoi otto figli. I genitori li fanno uscire di casa lo stretto indispensabile per andare nelle scuole dell’Unrwa e sperare che l’istruzione li salvi da un destino già scritto. Dice che il suo rapporto con la Palestina è come quello tra un bambino e sua madre e che chi non ha patria, come lui, non ha niente. Soprattutto non ha dignità. “Sono seduto qui con te e immagino ogni casa lì, la vedo con i miei occhi, dov’è esattamente dov’è la mia scuola”.

Quando suo padre è morto ha chiesto ai figli che, se fossero tornati in Palestina, avrebbero dovuto portare lì le sue spoglie, “non lasciatele qui” sono state le sue ultime parole. Di tutti i figli resta solo Ibrahim che oggi ha 86 anni, vede la fine avvicinarsi e ha chiesto ai suoi figli la stessa cosa. Tornare, fosse anche da morto, in una terra a cui non ha detto addio ma arrivederci.