di Lorenzo Santucci
huffingtonpost.it, 24 ottobre 2025
Come conferma anche il Times of Israel, molti prigionieri catturati da Idf durante l’offensiva sono stati riconsegnati con evidenti segni di tortura e maltrattamento. Le prove in immagini molto aspre. Il ministro Ben Gvir ammette, e dice: “Ci vuole la pena di morte”. Omicidi, esecuzioni sommarie, torture sistematiche. È il resoconto offerto dai medici dell’ospedale Nasser di Khan Younis, dopo aver esaminato i corpi di alcuni prigionieri palestinesi rimpatriati da Israele. Su almeno 135 corpi erano evidenti “chiari segni di spari [esplosi] a distanza ravvicinata”, così come alcuni sono stati “schiacciati sotto i cingoli dei carri armati israeliani”. Il che rende ancor più difficile il loro riconoscimento. Nei sacchi in cui sono stati infilati non c’era alcun nome che permettesse l’identificazione della vittima: solo un codice. Dove siano state inflitte le torture non è dato sapere. Forse in carcere, a Gaza o durante l’attacco del 7 ottobre, quando, oltre ai miliziani di Hamas, anche molti civili gazawi hanno oltrepassato la barriera.
Le immagini, viste anche da HuffPost, sono molto forti: uomini bendati agli occhi o al collo, con le mani legate dietro la schiena e i polsi incancreniti dalle manette, con evidenti ferite d’arma da fuoco alle gambe o al torace. Alcuni sono tornati a Gaza completamente nudi, altri con i pannolini. Tutti loro sembrano provenire dal carcere di Sde Teiman, nel deserto del Negev, un centro di detenzione tristemente noto per quanto accade al suo interno. A fare luce era stata un’inchiesta del Guardian, in cui si parlava di torture fisiche e psicologiche. I detenuti vengono ammassati in duecento dentro una gabbia, bendati e ammanettati, costretti a rimanere in piedi per ore o a sedersi sulle ginocchia. Alcuni di loro sono stati picchiati. Nell’altro spazio del carcere, l’ospedale, le persone vengono legate ai letti e private delle medicine di cui necessitano.
La prova di tutto questo si ritrova sui corpi dei palestinesi restituiti. Secondo la prima fase dell’accordo, Israele ha dovuto riconsegnare 250 detenuti condannati e altri 1.700 arrestati dopo il 7 ottobre. Moltissimi di questi ultimi, scrive il Times of Israel, non sono accusati di alcun crimine, quindi non hanno subito alcun processo, ma sono stati tenuti in isolamento. Per il governo israeliano hanno qualche legame con il terrorismo; per i gruppi per i diritti umani e le agenzie dell’ONU sono stati presi per ottenere informazioni.
In Israele, i prigionieri che si trovano in cella senza essere accusati di un reato sono almeno 2.700. Vengono trattenuti per sei mesi, spesso prorogati dopo udienze lampo di cinque o dieci minuti, durante le quali all’imputato non viene mostrata alcuna prova. In caso contrario, dovrebbero difendersi senza un avvocato, come accade nella maggioranza dei casi. La vita in carcere si svolge in isolamento, senza alcun contatto con il mondo esterno, neanche con i familiari. Dall’anno scorso, tuttavia, l’esercito israeliano ha approvato un piano per far entrare perlomeno gli avvocati, che prevede il passaggio intermedio attraverso alcune organizzazioni, come ad esempio Hamoked, che fornisce assistenza legale. Il problema è che la sua conoscenza al di fuori della Striscia è limitata, per cui solo una manciata di detenuti può beneficiarne.
L’Idf fa muro di fronte alla richiesta di commentare quanto avviene nelle carceri. Ammette che ci sono indagini in corso per fare chiarezza, ma è difficile che portino a qualcosa, nel momento in cui è lo stesso ministro della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, a vantarsi del trattamento riservato ai palestinesi in carcere. “La regola qui è che chiunque si sdraia sul pavimento viene picchiato”, afferma in un video in cui si vedono alcuni detenuti piegati in ginocchio, ammanettati dietro la schiena. A loro, dice, deve essere garantito “il minimo delle condizioni minime. Guarda, scatta una foto”, aggiunge Ben Gvir a chi lo riprende. “Il minimo delle condizioni minime”, ribadisce. E conclude: “Niente marmellata, niente cioccolato, niente televisione, niente radio, niente che fosse facile da prendere. Non bastasse, “ci deve essere un’altra cosa: la pena di morte”.











