di Francesca Mannocchi
La Stampa, 20 maggio 2024
Prima della guerra. entravano 500 camion al giorno, che erano a malapena necessari per sfamare la popolazione. Sul C-130 dell’Aeronautica giordana che paracaduta il cibo. Il paesaggio è oltre l’immaginabile, palazzi di quindici piani rasi al suolo. Un militare: “Aiuto i fratelli palestinesi”. Venerdì scorso i primi rifornimenti dal molo galleggiante americano. La distanza tra ciò che serve e ciò che manca a Gaza dall’alto si vede nitidamente. Ciò che serve è a bordo del C-130 dell’Aeronautica Giordana che ci porta sui cieli della Striscia, ciò che manca è l’accesso da terra. Perché i 16 pallet da 150 chili l’uno, il 94esimo volo umanitario della sola Giordania, sono una goccia nel mare del bisogno dei gazawi, anche se sommati ai quasi 300 voli complessivi che dalla base militare a un’ora da Amman, sono partiti negli ultimi mesi.
La distanza tra ciò che serve e ciò che manca si legge anche nei volti dei soldati, del personale di terra giordano. Sono le dieci di mattina sulla pista della King Abdullah II, la base dell’aviazione militare giordana nel deserto vicino Zarqa, un’ora da Amman. Il magazzino è pieno di cibo. A destra gli aiuti arrivati pronti per essere smistati: farina, cibo in scatola, zucchero, acqua, latte in polvere. A sinistra i pallet pronti, chiusi dal nastro giallo. Il paracadute fissato sopra, pronti a essere lanciati da 600 metri d’altezza.
Barjas, un militare dell’aviazione che non può dire il suo cognome perché non autorizzato a parlare, è lo specialista a bordo del C-130 Hercules. Monitora il lavoro di tutti, tutte le operazioni di sicurezza. Sono tutti di poche parole, solo lui prima di partire, in un angolo del magazzino, vuole condividere i pensieri: “Quello che vediamo da due mesi è oltre l’immaginabile. Interi palazzi di dieci, quindici piani rasi al suolo. Quella gente non merita quello che sta accadendo, questa per noi non è solo un’operazione militare, è una missione personale. Sono fratelli”. Poi prende gli adesivi con le bandiere giordane da attaccare ai pallet e sale dal portellone abbassato. Sulla pista altri due C-130, uno egiziano e uno tedesco, carichi e pronti a partire, tutti sono coordinati con Israele, che deve approvare i voli che attraversano il suo spazio aereo.
Nella stiva ci sono una dozzina di membri delle forze speciali giordane. I pallet sono attaccati alle cinghie che fissano i paracadute. Quando il C-130 decolla, guardare giù significa ancora guardare un Paese in pace: le strade di Amman attraversate da veicoli e persone, abitazioni intatte. Le colline della periferia di Amman, fatte di condomini ocra, di giardini immacolati scompaiono dietro le nuvole. Meno di un’ora di volo dopo, mentre il C-130 comincia ad abbassarsi, lo scenario, invece, è quello della distruzione. È il volto architettonico della fame. A ognuno di quei palazzi distrutti corrispondono migliaia di morti, e centinaia di migliaia di persone affamate. Prima che il portellone si apra il C-130 scende bruscamente, uno dei militari abbassa lo sguardo, dà una pacca al primo pallet e dice qualcosa guardando quegli aiuti, quel cibo, prima che venga lanciato. Un messaggio sordo nel frastuono della stiva dell’aereo.
Poi le cinghie vengono sganciate e in pochi secondi i 16 pallet scivolano via, i paracaduti si aprono uno dopo l’altro sopra Gaza distrutta e sopra la fame. In cinque minuti, con la luce che entra potente dall’esterno, tutta la distanza tra ciò che serve e ciò che manca. Tutti guardano Gaza in silenzio.
Le soluzioni fragili, i confini di terra chiusi - I lanci di aiuti sono misure necessarie ma inefficaci e costose. Difficile avere dettagli sui costi ma dall’inizio, due mesi fa, le Agenzie delle Nazioni Unite le hanno definite “misure di ultima istanza, straordinariamente costose, per fornire assistenza”. I lanci aerei possono, talvolta, avere un senso logistico (bisogni urgenti degli ospedali, per esempio) ma non possono essere una via sistematica per fornire aiuto a quasi due milioni di persone. Quasi impossibile garantire chi riceverà gli aiuti e chi no, né garantire dove i pallet andranno a finire. Oltre al rischio per le persone che corrono verso il mare, cercando di recuperare i pacchi, mettendo a rischio la propria vita. Due mesi fa questa misura era cominciata, in via urgente, perché Israele teneva bloccati i valichi di terra. La scorsa settimana è stata la volta di un’altra misura urgente, il molo galleggiante americano. Venerdì scorso sono entrati a Gaza i primi aiuti dal molo costruito dalle forze armate americane che sarà utilizzato per convogliare gli aiuti in arrivo da vari paesi per la Striscia. Gli aiuti entrati due giorni fa - 300 pallet contenenti cibo ma anche kit di teli di plastica per ripari temporanei, kit igienici - sarebbero già nei magazzini di Dair al-Balah, pronti per la distribuzione. Secondo i piani americani, gli aiuti verranno raccolti e ispezionati a Cipro, solo poi caricati sulle navi, su cui percorrono 320 km fino al molo galleggiante al largo di Gaza.
Le Nazioni Unite, attraverso il Programma Alimentare Mondiale, saranno responsabili degli aiuti una volta lasciato il molo, si coordineranno sull’arrivo dei camion vuoti che verranno registrati, sulla supervisione del trasferimento delle merci e sulla spedizione nei magazzini lungo la Striscia e infine sulla consegna finale ai gruppi umanitari che li distribuiranno ai civili. Se i piani andassero a regime il numero di camion dovrebbe raggiungere i 150 al giorno. Ma tra i piani e la loro realizzazione ci sono molti ostacoli.
Primo: il molo galleggiante non può sostituire le consegne di terra, considerando che prima della guerra entravano di media 500 camion al giorno, a malapena necessari a una popolazione che già in larga maggioranza dipendeva per la propria sopravvivenza da aiuti umanitari. In più, la fattibilità dell’operazione rimane scivolosa: sono alti i rischi di attacchi da parte dei gruppi armati, così come sono alti gli ostacoli logistici, il primo è la mancanza di carburante, visto che Israele mantiene il blocco dopo gli attacchi dei 7 ottobre, perché sostiene finirebbe nelle mani di Hamas.
La catastrofe umanitaria e i beni distrutti - Le agenzie delle Nazioni Unite, però, sono state chiare anche questa volta, come per i ponti aerei: il molo aiuta, perché di tutto c’è bisogno nella Striscia di Gaza, ma non basta. Come a dire, per l’ennesima volta, che vanno riaperti e al più presto i valichi di terra. Anastasia Moran, direttrice associata dell’International Rescue Committee, è stata molto esplicita. Per lei la costruzione del molo ha distolto l’attenzione dai numeri della catastrofe umanitaria “la rotta marittima ha richiesto tempo, energie e risorse in un momento in cui gli aiuti non erano stati aumentati. E ora che la rotta marittima è operativa, i valichi terrestri sono stati effettivamente chiusi”.
Israele ha sequestrato e bloccato il valico di frontiera di Rafah nelle prime operazioni militari intorno la città al confine con l’Egitto, impedendo così l’ingresso degli aiuti umanitari dall’unico tra Gaza e l’Egitto. Oggi, solo il valico di Kerem Shalom, controllato da Israele, e il valico di Erez occidentale a Nord di Gaza sono aperti, ma la quantità di aiuti che vi passa è largamente insufficiente e i dati sugli effettivi transiti dati da Israele non corrispondono ai dati in possesso delle organizzazioni umanitarie: il Programma alimentare mondiale Onu, infatti, afferma che dal 6 maggio, quando Israele ha lanciato l’operazione a Rafah, l’organizzazione non è stata in grado di accedere dal valico di Kerem Shalom, che è stato completamente inaccessibile dal 6 al 10 maggio. L’11 maggio sono entrati solo sei camion e dal giorno dopo non sono più disponibili dati.
Negli stessi giorni, gruppi di manifestanti, per lo più coloni vicini alla destra sionista, hanno distrutto il cibo contenuto nei convogli di aiuti umanitari che dalla Giordania erano diretti a Gaza. I camion sono stati assaltati all’altezza del check-point di Turqumiya, a Ovest di Hebron, i manifestanti li hanno bloccati, lanciato parte degli aiuti fuori all’esterno, prima di calpestarli e poi distruggerli. Pacchi di pasta, farina, gettati a terra, sacchi di grano distrutti, così come lo zucchero, il latte in polvere per i bambini, al grido di “a Gaza non esistono innocenti, solo complici di Hamas”.
Ritorno ad Amman - Quando il portellone del C-130 si chiude tutti tacciono. La concentrazione dell’ora di volo, la perizia delle operazioni da fare, dei cavi da attaccare e lasciare andare, della rotta da prendere, dalla Giordania a Israele e poi verso il mare della Striscia di Gaza, gli zaini paracadute da indossare prima del portellone. Di tutta questa concentrazione, dopo aver visto Gaza, resta solo silenzio. I militari tolgono gli zaini dalle spalle e si siedono a terra. Qualcuno non smette di guardare giù. Non è la prima volta, non sarà l’ultima.
Nella pancia del C-130 non ci sono più pallet, carne e tonno in scatola, farina né latte. La parola fame, durante il volo non l’ha mai pronunciata nessuno. A farlo sono le immagini, che parlano spesso più delle parole e meglio. Che si possono scrutare da vicino perché da lassù gli esseri umani affamati si confondevano con le macerie. Da vicino invece, studiando le immagini, si vedono uomini. Uomini che corrono lungo le vie in pezzi. Corrono perché sanno che dal cielo cade cibo, oggi, e non morte. Uomini che da mesi dicono “ho fame”, mentre tutto il mondo, intorno, pare sordo.










