di Alessia Melcangi
La Stampa, 9 settembre 2025
I militanti inneggiano all’attacco e non si rendono conto delle conseguenze: la fine dei due Stati. L’immagine è quella di una tempesta perfetta. Una strage senza fine a Gaza con centinaia di civili palestinesi, uomini, donne e bambini inermi, che ogni giorno vengono uccisi da bombardamenti incessanti o muoiono disperatamente di stenti. Un’occupazione costante e crescente della Cisgiordania da parte dei coloni israeliani, patrocinata dal governo di ultra-destra, impegnato a cancellare per presunto volere divino non solo l’idea della Palestina ma anche l’esistenza dei palestinesi stessi in quelle terre. Un governo, quello di Tel Aviv, tanto isolato internazionalmente quanto forsennato e agguerrito nel raggiungere la “vittoria a ogni costo” nella sua battaglia che, ormai, va oltre i leciti obiettivi iniziali.
I governi europei che avanzano disuniti - la Spagna di Pedro Sánchez ha deciso, con un balzo in avanti, per l’embargo di armi contro Israele e per il divieto di transito nei porti e nei cieli spagnoli di navi e aerei che trasportano combustibile o materiale militare destinato a Israele - e, in taluni casi, titubanti davanti alla necessità di condannare le atrocità che avvengono sulla Striscia, ancor di più sull’opportunità di interrompere gli accordi con il governo israeliano, mostrando nuovamente la desolante immagine di un consesso europeo vittima di ambizioni nazionaliste e divisive.
Un’opinione pubblica sempre più consapevole che, invece di chiudere gli occhi sull’eccidio di Gaza, si organizza come società civile in una missione umanitaria pericolosa ma necessaria: la Global Sumud Flotilla, l’ennesimo tentativo di rompere il blocco navale che strozza e affama la Striscia e i suoi due milioni di abitanti. Un presidente degli Stati Uniti, che da un bizzarro metaverso, oltre a tratteggiare progetti inverosimili di riviere e hotel di lusso dove giacciono adesso solo macerie e corpi esanimi, continua a parlare di tregua e di accordi tra Hamas e il governo israeliano.
I Paesi arabi, afflitti da una catalessi decisionale imbarazzante, anch’essi fuori tempo massimo che propongono un accordo abbandonato sul tavolo di Netanyahu. Infine, a concludere il disarmante quadro della guerra in Medio Oriente, l’ultimo attore, Hamas, disarticolato, decapitato dei suoi leader principali, arroccato nei tunnel sotto Gaza che condanna, insieme al governo del primo ministro israeliano, gli ostaggi a una morte sempre più vicina. Hamas, quale gruppo militante islamista, ma anche Hamas che diventa ideologia e che oggi, inevitabilmente, conta molti simpatizzanti e attivisti trascinati, più che da un progetto politico, dall’odio cieco verso la barbaria esibita dal governo israeliano giorno per giorno.
Nella gravità assoluta di tale situazione, ieri arriva l’attentato a Gerusalemme est per mano di due palestinesi della Cisgiordania che provoca 6 morti israeliani. Ancora nessuna rivendicazione ma due segnali importanti: Hamas cita gli attentatori definendoli “eroi”, senza considerare le conseguenze catastrofiche che quest’atto provocherà in termini di risposta, già ampiamente asimmetrica, del governo israeliano che, al contrario, indica come terroristi gli autori dell’attacco. Terrorismo, un termine che a prescindere dalla gravità assoluta dell’attentato a Gerusalemme, permette a Israele di intervenire con la mano pesante su tutti i fronti.
Terroristi sono stati definiti dal ministro Ben Gvir anche gli attivisti della Flotilla, dunque oggetto di qualsivoglia reazione decisa dal governo di Tel Aviv per arginare ogni possibile sfida all’autorità di Israele. In mezzo la disperazione di un popolo: non è un caso che i due palestinesi fautori dell’attentato a Gerusalemme siano partiti dalla Cisgiordania dove si gioca una partita politicamente decisiva, ossia l’annientamento dell’idea di “due popoli e due stati” per fare spazio all’Israele biblico evocato dalla destra messianica, dal mare al fiume.
E non è un errore se, condannando fermamente qualsiasi forma di violenza, si provi a capire la disperazione di chi vive in una realtà già oltre i limiti dell’impossibile. E mentre si alternano le voci di un possibile accordo, nella quale, seguendo un copione conosciuto, ogni parte in causa afferma le proprie condizioni come indiscutibili, distruggendo nei fatti le speranze di tornare al tavolo negoziale per raggiungere la fine delle ostilità e il rilascio degli ostaggi, le forze militari israeliane stanno già effettuando incursioni e arresti in tutta la Cisgiordania occupata, come risposta all’attentato di Gerusalemme. Sarà una notte di terrore come tante già vissute nei villaggi palestinesi in Cisgiordania. La rappresaglia si annuncia ormai vicinissima.











