di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2020
Prim'ancora di scrivere quello che sto per scrivere, già sento gli strilli dei "garantisti" alle vongole, dei penalisti organizzati e dei radicali liberi che, da quando è partita l'epidemia, passano il tempo a invocare amnistie, indulti, leggi, norme e cavilli per "svuotare" e "aprire le carceri" allo scopo di non farvi entrare il coronavirus.
Ora, a parte il fatto che il coronavirus è entrato dappertutto, persino nei luoghi che dovrebbero salvarci la vita, una premessa s'impone: la vita di un detenuto vale tanto quanto quella di un cittadino a piede libero, dunque non va escluso in via di principio nessun atto di clemenza che garantisca l'incolumità dei nostri 61mila e rotti carcerati.
Ma, in base ai dati al momento disponibili, non è questo il caso. I numeri degli "infetti" dicono che si è più sicuri in carcere che fuori. Ieri gli italiani positivi al Covid-19 erano 33.190, di cui 33.182 liberi e 8 detenuti (l'altro ieri erano 10, poi 2 sono guariti). Cioè abbiamo 1 contagiato ogni 1.800 italiani liberi e 1 contagiato su 7.600 detenuti.
Quindi, a oggi, chi sta in casa rischia l'infezione quattro volte più di chi sta in cella. Può darsi che nei prossimi giorni i numeri mutino o addirittura si ribaltino. Nel qual caso bisognerà intervenire, ma con misure che riducano i pericoli di contagio. E non che li moltiplichino, come quella di mandare il maggior numero possibile di detenuti a casa (cioè ai domiciliari). Tanto più che a casa sono già reclusi quasi tutti gli italiani, a cui si ordina di non uscire per evitare contagi attivi e passivi.
Anche dal punto di vista logico, è contraddittorio chiudere in casa chi sta fuori e mandare fuori chi è già chiuso dentro, col rischio che fuori si becchi quel virus che non si era beccato dentro. O con l'effetto collaterale di far scontare la pena a moglie e figli che si erano finalmente liberati di lui. Con l'aggiunta di un altro paradosso: quello degli ex "garantisti" passati in un paio d'ore al giustizialismo manettaro, che insultano come untore chi fa due passi o la corsetta, invocano pene esemplari e sorveglianza Gsm per chi si macchia del delitto di passeggio ("3 mesi non bastano, carcere vero!", cioè 4 anni di pena minima), addirittura esecuzioni capitali in piazza (il feldmaresciallo De Luca reclama l'esercito e rimpiange le "fucilazioni terapeutiche" cinesi).
E poi non spiegano in quali carceri recluderebbero i nuovi detenuti (negli stadi, come Pinochet?) e come pensano, con migliaia di nuovi arrivi, di ovviare al sovraffollamento. A meno che l'ideona non sia mettere fuori mafiosi, assassini, stupratori, pedofili, trafficanti di droga e terroristi per metter dentro i passeggiatori abusivi.
Le rivolte di 6mila detenuti in 27 carceri, usate dai fautori della decarcerazione alla Sofri e Manconi (ex leader ed ex capo del servizio d'ordine di Lotta Continua), col contorno di renziani, pidini, ultrasinistri e radicali, non c'entrano nulla col coronavirus. Infatti chi le ha promosse ha preso a pretesto proprio una misura sanitario-profilattica del Guardasigilli e del Dap: la sospensione dei colloqui de visu per evitare che parenti infetti portino il virus fra le mura del carcere, dove galopperebbe più rapidamente che fuori per gli spazi esigui, le carenze igieniche e la promiscuità.
Ora, che i detenuti approfittino del Covid-19 per forzare la mano ai politici nella speranza di uscire prima, possibilmente subito, è comprensibile, per quanto esecrabili siano le evasioni e le violenze con 13 morti (non per il virus, per le rivolte): i disagi causati dal sovraffollamento sono un problema reale e drammatico, anche se non dipendono dai troppi detenuti, ma dai pochi posti-cella in rapporto al fabbisogno.
Ma è disgustosa e criminogena la legittimazione politica dei rivoltosi da partiti e parlamentari irresponsabili, che chiedono la testa del capo del Dap perché non piace ai detenuti sfascia-tutto armati di bastoni. E così l'attacco concentrico al ministro Bonafede che non libera subito "6mila detenuti" (il Pd Mirabelli), "almeno 10 mila" (Gonnella di Antigone), "15mila" (Manconi), "25mila con una pena residua inferiore ai 3 anni" (Sofri), ma solo "poche centinaia" (con lo snellimento delle procedure per la svuota-carceri Alfano del 2010, votata da Salvini e da tutta la Lega che ora strillano ai "criminali a spasso", come se non fosse roba loro).
Tutto questo non c'entra nulla col sacrosanto dovere di "salvare la pelle ai detenuti" (Manconi) o con le fesserie che han portato il Partito radicale a denunciare Bonafede ai pm nientemeno che per "procurata epidemia colposa" (e perché non dolosa?).
Infatti le misure del governo in via di attuazione, bocciate sia dai sedicenti garantisti sia da Salvini, quindi ragionevoli, riducono al minimo il rischio che chi viene da fuori porti il coronavirus dentro: parenti e avvocati hanno i colloqui personali sospesi e sostituiti con collegamenti Skype; i nuovi giunti sono sottoposti a pre-triage e, prima di andare nelle celle con gli altri, trascorrono una quarantena in aree isolate; gli agenti penitenziari e gli amministrativi vengono anch'essi visitati in pre-triage e dotati progressivamente di mascherine; i detenuti semiliberi non rientrano più la sera, ma dormono a casa; e chi deve scontare un residuo di 18 mesi può farlo a domicilio se ne ha uno (come previsto dalla legge Alfano-Lega), purché non abbia una storia criminale che lo renda molto pericoloso, non abbia in casa le vittime dei suoi reati, indossi il braccialetto elettronico già disponibile in un migliaio di esemplari (restrizioni inserite da Bonafede).
E, naturalmente, non abbia partecipato alle rivolte: limitazione che Sofri giudica "ottusa" perché "chi aderisce a una ribellione in carcere non è particolarmente delinquente". Anzi, merita un premio. Così la prossima volta, anziché 6 mila, si rivoltano tutti e 61 mila.










