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di Daniela Manzitti


Gazzetta del Mezzogiorno, 18 marzo 2020

 

Sono la madre di un ragazzo detenuto a Melfi. Sono alquanto basita e amareggiata nel constatare che, una categoria così fragile, come quella dei detenuti, sia completamente abbandonata a sé stessa. Si sono accesi i riflettori solo nei giorni delle rivolte, diffondendo tra i cittadini "onesti", una sorta di odio nei confronti della popolazione carceraria. Le rivolte hanno avuto motivo d'esserci, è inutile dire che dovevano protestare pacificamente! Non sono mai stati ascoltati in tempo di pace, figuriamoci in tempo di guerra!

È anche ingiusto fare di tutta l'erba un fascio identificandoli tutti come i facinorosi di Foggia. Le dico una cosa: gli evasi sarebbero potuti essere molti di più, ma davvero molti, invece la maggior parte di loro sono rimasti al proprio posto, consapevoli di doverlo fare!

E sono convinta che, quei pochi che sono evasi hanno avuto e avranno a che fare con il disappunto degli altri detenuti sui quali è ricaduta la responsabilità! Siamo abituati a leggere articoli dove si evidenzia il coraggio e il vittimismo delle guardie penitenziarie, che sicuramente svolgono il loro compito con impegno e professionalità (non tutti), ma è così difficile spezzare una lancia a favore dei detenuti, molti dei quali sono rassegnati e consapevoli di dover pagare il loro conto alla giustizia.

La invito pertanto a leggere un'intervista fatta ad una psicologa che si è trovata di turno a Melfi, nel momento della rivolta. L'ho appena letta e non mi giungeva cosa nuova: ho sentito telefonicamente mio figlio qualche giorno dopo l'evento, e mi spiegò esattamente come erano andati i fatti (ma erano solo le parole di un ragazzo detenuto). Quindi, questa intervista resa pubblica, mi ha confermato che i fatti non erano andati come descritto da decine di quotidiani, ovvero con la furia e la violenza dei detenuti, il sequestro di guardie e personale sanitario, ma piuttosto come lui me li aveva raccontati.

Questo mi ha fatto quasi inorgoglire, perché sapevo che mio figlio non avrebbe mai potuto fare del male a qualcuno (specialmente in un ambiente come quello dove vige, al contrario di quello che si possa credere, rispetto tra detenuti e guardie e viceversa) né lui né altri che si trovano lì per espiare le proprie colpe con consapevolezza e rassegnazione. Ho scritto una lettera al Ministro Bonafede che, sinceramente non si sta dimostrando all'altezza della situazione.