di Mario Di Vito
Il Manifesto, 27 giugno 2026
Nel carcere di Melfi cristiani e musulmani non possono mangiare insieme. Un mese fa, il 27 maggio, in occasione della festività di al-Adha, i detenuti di fede musulmana del circuito di alta sicurezza numero 2 avevano organizzato un momento conviviale nella saletta della sezione. La direzione aveva dato il suo assenso e tutto sembrava pronto per una classica situazione di socialità dietro le sbarre, come a Natale e a Pasqua. Niente di eccezionale, in teoria: piccoli momenti di vita comuni a tutti gli “ospiti dello stato”.
E però, la mattina del giorno di al-Adha è arrivata una comunicazione: divieto di partecipazione per gli unici due detenuti cristiani della sezione, che pure erano stati invitati e avevano accettato di buon grado di prendere parte alla cosa. Di più, i due non avrebbero potuto nemmeno avvicinarsi alla saletta “fin quando i detenuti musulmani non avessero finito il convivio”. Inutili le proteste: la decisione era discesa direttamente dal Dap, quindi dal ministero della Giustizia, e non c’era alcuna possibilità di opporsi. Anzi, alle richieste di spiegazioni è stata opposta la minaccia di vietare la celebrazione di qualsiasi attività da lì in avanti.
A rendere nota la vicenda è Anan Yaeesh, il rifugiato e attivista politico palestinese condannato in primo grado dalla Corte d’assise dell’Aquila a 5 anni e 6 mesi per l’accusa di aver finanziato un gruppo armato a Tulkarem, nella Cisgiordania assediata dalle colonie illegali di Israele. “Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici?”, si domanda Yaeesh in una lettera. “Mi è stato impedito per lunghi anni di vedere la mia famiglia da parte dell’occupazione israeliana - si legge ancora -. Quando sono stato recluso nelle carceri italiane, ho pensato di essere solo qui. Invece ho scoperto di avere centinaia di famiglie, migliaia di fratelli e sorelle italiani, cristiani, che mi sono stati più vicini della mia vera famiglia e non mi hanno lasciato solo neanche un attimo durante il periodo della mia detenzione. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse la mia fede religiosa”.
Così come, prosegue il palestinese, non si sono mai posti domande di natura religiosa gli attivisti della Flotilla, “spinti solo dalla loro umanità e dalla convinzione di difendere la libertà e fermare le stragi”. A Melfi sì. O meglio, a Melfi il Dap ha deciso che la questione della fede è fondamentale per decidere chi può accedere e chi no alla saletta dove si sta tutti insieme per qualche momento, fuori dalla propria cella. Da qui la conclusione: “Quale diritto e quale legge vietano alle persone di mangiare con i propri amici? Questo razzismo è estremamente chiaro. Per noi non ci sono bianchi né neri, né occidentali né orientali. Siamo tutti nati su un’unica terra e tutti nati liberi. Siete voi ad aver deciso di essere dei servi, noi abbiamo deciso di essere liberi”. Attraverso il suo avvocato Flavio Rossi Albertini, Yaeesh ha anche deciso di denunciare alla procura di Potenza per violenza privata aggravata dalla finalità discriminatoria i responsabili del Dap che hanno preso la decisione di vietare ai detenuti cristiani di partecipare alla festa di al-Adha. Una decisione “fondata su un’evidente discriminazione religiosa”. Perché non c’era alcun dissapore tra i detenuti, perché in passato i carcerati di qualsiasi confessione avevano già potuto festeggiare insieme senza che si ponessero problemi, perché la saletta della sezione è un luogo di socialità e non di culto. I due italiani reclusi della sezione As2 di Melfi sono noti alle cronache. Uno è Maurizio Tramonte, condannato all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 1974, estradato dal Portogallo otto anni fa. L’altro è Pasquale Belsito, ex Nar ed ex Terza posizione, quattro ergastoli alle spalle, arrestato a Madrid nel 2001 dopo un ventennio di latitanza.









