di Fabio Tonacci
La Repubblica, 16 luglio 2021
Visite mediche davanti agli agenti accusati, telecamere rotte, picchiatori mai identificati. Una storia gemella di quella campana, denuncia Antigone. Ma i pm chiedono di archiviare.
Può darsi che sia una frottola. Può darsi che dodici testimonianze univoche e concordanti non costituiscano la prova, e neanche l'indizio, di un pestaggio di massa di 60 detenuti, "salutati" così dagli agenti della Penitenziaria prima del trasferimento. Può darsi che sia normale che nella casa circondariale di Melfi (136 reclusi divisi in quattro sezioni di Alta Sicurezza) le telecamere di sorveglianza interne non avessero un sistema di registrazione, e quelle installate presso la portineria e le mura perimetrali fossero inservibili e con le memorie cancellate.
E può darsi anche che i lividi e le escoriazioni sui volti e sulle costole dei trasferiti siano stati davvero causati "da cadute o scivolate accidentali", come si legge nella richiesta di archiviazione della procura di Potenza, che dopo un anno di indagine non ritiene che ci sia più alcunché da approfondire. Può darsi. Quando si parla di carceri, tutto può essere. E però, a leggere l'opposizione all'archiviazione presentata da Antigone (il Gip non si è ancora espresso), il dubbio di insabbiamento resta.
Chi conosce la vicenda delle violenze denunciate dai detenuti di Melfi trasferiti d'urgenza alle 3 di notte del 17 marzo 2020, come conseguenza delle rivolte del 9 marzo per la mancata adozione delle misure anti-Covid, descrive quei fatti come la fotocopia della mattanza di Santa Maria Capua Vetere senza però i filmati. E senza che un magistrato di sorveglianza si sia interessato del caso sin da subito, quando ancora l'omertà non aveva cucito le bocche.
Dodici detenuti in particolare hanno raccontato di essere stati prelevati dalle celle, ammanettati ai polsi con fascette da elettricista, fatti inginocchiare faccia al muro e poi trascinati fuori nel piazzale. Con brutalità, stando a quanto hanno riferito. "Alcuni agenti ci schiaffeggiavano e prendevano a calci", "qualcuno aveva la testa rotta e sanguinante, occhi tumefatti, nasi rotti...", "ci sputavano addosso", "perdevo sangue dalle gambe", "tutti venivano colpiti coi manganelli", "le guardie avevano il passamontagna", "hanno pestato mio zio che è cardiopatico", "mi hanno fatto spogliare e colpito nelle parti intime", sono le voci raccolte da avvocati e famigliari.
Nessuno, ribatte però la procura, al momento della visita medica, necessaria per il nulla osta al trasferimento, ha parlato di calci e pugni. Forse perché le visite si sono tenute davanti agli stessi agenti presunti autori delle violenze. "Sicuramente era presente personale della Penitenziaria", ha dichiarato ai pm il dottore del carcere di Melfi Vito Antonio Spelacchio.
"Nessuno mi ha segnalato malori o di essere stato vittima di pestaggi, quindi non ho proceduto a un esame più approfondito. Farli denudare (...) poteva essere inteso come atto umiliante o invasivo". I detenuti hanno ritrovato la parola una volta lontani da Melfi, con altri dottori. Per due di loro il riscontro sanitario delle percosse è pieno, ma - non essendo stati in grado di riconoscere chi li ha menati - la procura si è fermata. Anche perché, nonostante gli agenti siano stati descritti col volto coperto da passamontagna, ha escluso "indebite forme di travisamento da parte degli operatori".
Che poi non si sa nemmeno chi c'era a Melfi quella notte, come ricorda l'avvocato di Antigone Simona Filippi nell'atto di opposizione all'archiviazione. I pm non hanno chiesto la lista degli agenti del Gom (il reparto mobile della Penitenziaria) intervenuti. E non è stato possibile identificare i poliziotti in servizio a Melfi, nonostante i denuncianti avessero fornito, se non i nomi, elementi per risalire alla loro identità: "L'appuntato che conosco, che sta ai colloqui, e l'appuntato che era in sezione", "l'ispettore dei colloqui", "un appuntato di cui non conosco il nome ma che ha circa 35 anni...". Segnalazioni di questo tipo. Che nessuno, evidentemente, ha avuto la forza, la voglia o l'interesse di andare a verificare.











