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di Giovanni M. Jacobazzi

Il Dubbio, 24 novembre 2022

Davanti alla commissione Giustizia del Senato, il capo della Direzione Nazionale Antimafia segnala i paradossi del sistema. L’ormai celebre decreto “anti-rave” verrà sicuramente modificato dal Parlamento in sede di conversione.

È stata infatti la stessa maggioranza, al termine delle audizioni ieri in commissione Giustizia al Senato, a chiedere al governo di intervenire su alcuni punti del testo, come la tipizzazione del reato, le misure di prevenzione, l’entità della pena in modo che non si debba procedere con le intercettazioni, la previsione specifica della “tutela della pubblica incolumità”. E per gli emendamenti, alla luce delle criticità segnalate da parte di avvocati, magistrati e accademia, ci sarà qualche giorno in più, rispetto alla iniziale scadenza fissata per lunedì prossimo. Soddisfazione a tal riguardo è stata espressa dal capogruppo di Forza Italia in commissione Pierantonio Zanettin. Di diverso avviso le opposizioni.

Il dem Walter Verini ha chiesto il “ritiro” del provvedimento: “Permangono fortissimi dubbi di costituzionalità, si rischia di colpire il diritto a manifestare di studenti, lavoratori, perfino dei tifosi”, ha affermato Verini, secondo il quale “è del tutto evidente che non ci siano requisiti di necessità e urgenza che giustifichino la decretazione”.

Riguardo la decisione di sospendere la riforma Cartabia, sarebbe stata necessaria, secondo il senatore dem, una sua applicazione “per una giustizia più efficace e per processi più rapidi”. E sullo scottante tema dell’ergastolo ostativo, infine, “ci vorrebbe equilibrio tra i contenuti della sentenza della Corte e la necessità di tutelare la sicurezza dei cittadini, evitando di dare benefici a persone che mantengono legami associativi con la criminalità”, aggiunge Verini.

A proposito di carcere, è stata particolarmente “illuminante” l’audizione del procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo. Il magistrato, già procuratore di Napoli, ha raccontato quanto accaduto ultimamente nel carcere di Secondigliano, dove sono detenuti anche esponenti dei clan camorristici. Coloro che, per legge, sono sottoposti a un regime detentivo molto stringente.

Durante una attività di controllo, ha affermato Melillo, risultavano “agganciati” alle celle telefoniche ben 260 cellulari. Un numero elevatissimo considerato che la popolazione carceraria di Secondigliano si aggira sulle 1000 unità. In pratica un detenuto su quattro aveva la disponibilità - illecita - di un apparato telefonico.

Circostanza che non può non far riflettere i fautori di un regime detentivo sempre più esteso e che però, evidentemente, non costituirebbe la soluzione del problema. Sempre Melillo, poi, ai fini della valutazione del comportamento tenuto in carcere per la concessione dei benefici di legge, ha ricordato che i detenuti appartenenti ai clan mafiosi sono quelli “maggiormente rispettosi delle regole” penitenziarie. Un dato anche questo che non può non essere preso in considerazione alla luce delle nuove attribuzioni a tal riguardo dei magistrati di sorveglianza.