di Claudio Velardi
Il Riformista, 7 maggio 2026
È passato poco più di un mese dal referendum sulla separazione delle carriere e il vasto fronte garantista che si è speso per il “Sì” non ha ancora smaltito il trauma. Giace paralizzato, prigioniero di un silenzio assordante. Sull’altro fronte, invece, il dinamismo è incessante, implacabile e per molti versi inquietante. Ma sgombriamo subito il campo dalle illusioni. A esultare ancora per la vittoria del “No” c’è una parte della politica che si illude di aver trionfato, senza capire di essersi scavata la fossa con le proprie mani. I leader che oggi festeggiano non sono i veri vincitori: prima o poi finiranno inesorabilmente schiacciati dall’unico, vero dominatore uscito rafforzato dalle urne, che è il PDP, ovvero il Partito Delle Procure.
Lo spostamento degli equilibri - Dopo il voto è chiarissima, infatti, la progressiva e inesorabile escalation per ratificare in via definitiva lo storico spostamento degli equilibri di potere tra legislatore e ordine giudiziario. Si procede a passi da gigante verso la trasformazione del nostro Paese in una repubblica giudiziaria, nel vuoto pneumatico lasciato da chi avrebbe il dovere costituzionale di difendere le prerogative del Parlamento. L’episodio più clamoroso di questa deriva è la lettera inviata dal procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, ai ministri Nordio e Piantedosi, e alla presidente della commissione Antimafia. Il procuratore - un magistrato di cui nessuno mette in discussione competenze tecniche e dedizione professionale - si è scagliato contro la norma del 2023 che vieta di usare le intercettazioni in inchieste diverse da quelle originariamente autorizzate, sostenendo che ciò ostacolerebbe la lotta a mafia e terrorismo.
Una mossa politica in piena regola, cui il sistema ha reagito con una sconcertante genuflessione. Da un lato con le blandizie dei cosiddetti giornaloni, e il Corriere della Sera in prima fila a fare da riverente cassa di risonanza all’allarme. Dall’altro lato con il silenzio e i balbettii del governo e della politica, incapaci di difendere le proprie riforme e pericolosamente tentati, persino ai vertici dei dicasteri, di assecondare l’onda pur di non disturbare il manovratore.
Sola a denunciare la gravità istituzionale della situazione è intervenuta l’Unione delle Camere Penali, che ha ricordato una verità lapalissiana: l’attuale divieto di “pesca a strascico” non è una stravaganza recente, ma la semplice riaffermazione delle garanzie del Codice Vassalli del 1989, sfigurate solo nel 2020 durante la stagione populista di Bonafede. Ma se si accetta che le esigenze investigative, per quanto nobili, debbano sempre schiacciare i diritti costituzionali e la privacy dei cittadini, si abdica all’idea stessa di Stato di diritto.
A conferma di quanto la lettera di Melillo sia solo il segnale più forte di questa rinnovata ambizione egemonica della magistratura, basta poi vedere come la corporazione delle toghe si sta corazzando a difesa dei propri privilegi. Ne è prova la spinta per innalzare nuovamente l’età pensionabile delle toghe a 72 anni, un’eccezione quasi unica nel panorama lavorativo italiano. E lo conferma la desolante retromarcia dell’esecutivo sul Gip collegiale: una riforma di civiltà, concepita per limitare gli abusi sulle custodie cautelari, bloccata opponendo un ridicolo alibi organizzativo. Una resa incondizionata ai veti dei tribunali.
Il risultato di questo cedimento strutturale si tocca con mano ogni giorno. Dopo il 22 marzo, nelle aule di giustizia si respira un’aria pesante. Emerge in molti processi un atteggiamento di evidente arroganza degli uffici inquirenti: lo scampato pericolo referendario viene interpretato come una definitiva investitura popolare, un salvacondotto per operare sentendosi svincolati da quei fisiologici limiti di garanzia che sono l’essenza stessa della giurisdizione. È un’ubriacatura di onnipotenza che come sempre pagheranno i più deboli, cioè i cittadini. Davanti a uno scenario così drammatico, la politica ha totalmente smarrito la rotta, lasciando il campo aperto a uno sbilanciamento dei poteri che rischia di farsi irreversibile. Tocca a noi rimetterci in cammino, con la massima urgenza. I riformisti, i garantisti e tutti coloro che credono nell’equilibrio democratico dello Stato non possono restare spettatori passivi. Bisogna riorganizzare le idee e le forze, e farlo subito.











