di Francesco Grignetti e Francesco Malfetano
La Stampa, 21 marzo 2025
Le carceri scoppiano di detenuti, ma alla Camera regna il disinteresse: maggioranza e Nordio si presentano solo all’ultimo momento per votare il piano dello stesso ministro. Scena deprimente alla Camera: per una seduta straordinaria sulle condizioni del carcere, va in scena il disinteresse. Il ministro Carlo Nordio e la maggioranza si presentano solo all’ultimo momento per votare un loro documento. Le opposizioni si affannano a spiegare come e perché la situazione carceraria è sull’orlo del collasso, ma il “mantra” è il solito: il picco di suicidi non ha nulla a che fare con il sovraffollamento, e comunque stanno arrivando più celle. Perciò nessuna misura sfolla-carceri.
Per dirla con le parole della mozione approvata dal centrodestra, il governo valuti “circoscritti e mirati rafforzamenti delle misure alternative al carcere con riguardo ai detenuti tossicodipendenti o in condizione di comprovata fragilità psico-fisica, escludendo generalizzati provvedimenti clemenziali” e prosegua “con le iniziative già intraprese contro il sovraffollamento carcerario, attraverso la costruzione di nuovi istituti penitenziari, di nuovi padiglioni nonché attraverso il recupero dei posti detentivi attualmente indisponibili”.
Ma questa ricetta su cui l’Esecutivo tanto contava, sembra essere andata in crisi. Il commissario per l’edilizia carceraria Marco Doglio, a sua volta è finito commissariato. Direttamente da Giorgia Meloni. A pochi giorni dalla scadenza del termine per la presentazione del suo piano straordinario, infatti, l’uomo scelto da lei stessa con il benestare di Matteo Salvini, secondo la premier non ha prodotto i risultati attesi.
Dalla metà di gennaio, Meloni - che avrebbe il potere di sollevarlo, come indicato nel decreto di nomina che stabilisce un compenso di 100mila euro - gli ha imposto riunioni quindicinali a Palazzo Chigi. Un modo per rimediare ai ritardi, imposto attraverso un avanzamento a tappe forzate. Necessità dettata dall’evidenza, come la premier ha contestato direttamente anche al ministero della Giustizia, che il piano tanto atteso non è ancora completo. E proprio da via Arenula infatti definiscono “monco” il piano del commissario Doglio, soggetto a troppe idee non realizzate o troppo “complesse da mettere a terra”: l’uso di caserme per il carcere attenuato, ad esempio; o anche l’uso di strutture modulari simili a quelle già impiegate in Albania da 5 o 6 detenuti a stanza; ma pure l’integrazione delle comunità terapeutiche per la gestione dei detenuti tossicodipendenti.
In realtà, secondo quanto è possibile ricostruire, una bozza del piano sarebbe ormai quasi definita. Fatto sta, però, che Meloni - come ha avuto modo di lamentarsi con i suoi - è stata nuovamente “costretta” a mettersi in gioco in prima persona. L’intera strategia del governo poggia su questo fatidico piano, come Nordio ha avuto modo di confermare anche in una nuova riunione con i Garanti territoriali per i diritti dei detenuti. Riunione che si è tenuta al ministero in contemporanea con il dibattito della Camera. Era presente il presidente del Garante, Riccardo Turrini Vita, che ha espresso “apprezzamento per il piano di pronto accrescimento degli spazi detentivi, con la raccomandazione di prestare speciale attenzione alla progettazione di spazi comuni e di lavoro, nonché alla presenza dei presidi sanitari, anche se non posti nella disponibilità del ministero”.
Alla Camera, intanto, andava in scena lo scontro. L’associazione Antigone aveva inviato a tutti i deputati un suo documento, dove si legge: “La condizione odierna è a dir poco drammatica. Con gli ultimi due suicidi delle scorse ore sono già 20 le persone che si sono tolte la vita in questa prima parte del 2025 in un istituto di pena. Il sovraffollamento è sempre più grave nelle carceri per adulti, con circa 16.000 persone che non hanno un posto regolamentare, ed è diventato ormai strutturale anche negli Istituti penali per minorenni dove non si era mai registrato. Molte strutture versano in condizioni fatiscenti e non garantiscono la disponibilità di servizi minimi come acqua e riscaldamenti. Una situazione che richiede provvedimenti immediati”.
Ma queste parole non scaldano il cuore del centrodestra. Dice Carolina Varchi, Fdi: “Il sovraffollamento penitenziario non si risolve con misure clemenziali che compromettono legalità e sicurezza. La soluzione passa invece attraverso la costruzione di nuovi istituti e padiglioni, oltre alla creazione di percorsi dedicati a detenuti con problematiche specifiche, come la tossicodipendenza o il disagio psichico”. Oppure Jacopo Morrone, Lega: “Escludiamo che il sovraffollamento penitenziario si combatta con iniziative contrarie al principio della certezza della pena, poiché la sanzione penale deve comunque essere proporzionata e non dare l’idea di uno Stato che, per meri limiti organizzativi, non persegue i propri obiettivi di legalità e sicurezza”.
Replica di Debora Serracchiani, Pd: “Il ministro Nordio ha tutti gli strumenti per intervenire e migliorare la condizione delle carceri italiane ma non ha la volontà politica: tutte le promesse sono andate perse, così come la figura del commissario straordinario per l’edilizia e della commissione di affettività. Ora da fonti della stampa sappiamo che sta pensando di acquistare moduli container nei penitenziari che andranno a occupare gli unici spazi per i trattamenti, la rieducazione e il reinserimento sociale”.
La bocciatura complete del piano governativo arriva dall’Anm: “Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, a parte annunciare una serie di misure che non sono state mai applicate, a cominciare dalle nuove carceri, non ha fatto altro - è la dura presa di posizione del vicesegretario dell’Anm, Stefano Celli, contattato da LaPresse -. L’ipotesi di costruire nuove carceri è un mito che serve solo a creare alibi per l’assoluta mancanza di iniziative di governo e maggioranza - conclude -. Ma non è realizzabile perché il personale non c’è e i soldi non ci sono”.











