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di Chiara Valerio

La Repubblica, 16 novembre 2022

C’è un verso di Robert Frost, poeta, che suona come “Il miglior modo per uscirne è sempre passarci attraverso”. Così, ieri mattina, nell’aula ventiquattro della nona sezione penale del Tribunale di Roma, c’erano scrittrici e scrittori per assistere al processo dove Roberto Saviano, scrittore e cittadino italiano, si vede opposto a Giorgia Meloni, Primo ministro, e Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e vice-premier. Eravamo lì per passare attraverso ciò che non può essere una possibilità in una repubblica democratica. Eravamo lì per passarci attraverso, e uscirne.

Le istituzioni democratiche sono organismi fragili perché si reggono su quotidiane pratiche democratiche - non esiste, in breve, democrazia, senza comportamenti democratici, vanno manutenute - e, in fondo, sulla sola semplice idea che chi ricopre cariche istituzionali non può portare in giudizio un singolo cittadino perché questo mostrerebbe qualcosa che nello Stato non ha da essere, e cioè che lo Stato opprime. Si potrebbe obiettare che questo processo ha preso l’avvio prima che Giorgia Meloni fosse incaricata di formare il governo in conseguenza degli esiti elettorali, e prima che Matteo Salvini assumesse le cariche di vice-premier e ministro delle Infrastrutture, ma l’immediata contro obiezione sarebbe che proprio in virtù di questa nuova realtà Giorgia Meloni ritirasse la querela per manifesta sproporzione - osservava ieri Michela Murgia dai suoi social - tra querelante e querelato.

L’Italia è una repubblica democratica. In democrazia, la critica non solo è una possibilità, ma è una caratteristica costitutiva. La possibilità di dissentire misura la salute di una democrazia. La nostra democrazia è rappresentativa e ciò significa che le persone che ricopronocariche istituzionali non parlano e non agiscono più solo per sé, ma in nome e nella fiducia dei cittadini che li hanno votati e anche in nome e nel la fiducia di chi non li ha votati. Lo Stato come insieme di cittadine e cittadini non può schierarsi contro un singolo perché la situazione sarebbe simile a quella di un gruppo che accerchia un singolo e, se anche non compie azione alcuna, potrebbe farlo e dunque spaventare, intimorire, intimidire, inibire.Ciò che chiamiamo e sanzioniamo come bullismo negli esseri umani e nella società civile non può essere tollerato nelle istituzioni. Gli avvocati di Meloni hanno dichiarato di valutare il ritiro della querela, ma Matteo Salvini si è costituito parte civile. Due gesti che paiono contraddittori, e dei quali uno è una dichiarazione e uno un fatto.

Questo ho pensato ieri, e non solo io, nell’aula 24 della nona sezione penale del Tribunale di Roma. Che non si può assistere inermi e silenti alla sproporzione, che riguarda non Roberto Saviano ma noi tutti. La giustizia, osserva Simone Weil in una lettera al fratello André (L’arte della matematica, a cura di M. C. Sala, Adelphi) può definirsi solo mediante l’uguaglianza e non c’è uguaglianza tra Roberto Saviano e chi lo ha querelato, e dunque, non può esserci nemmeno definizione di giustizia.