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di Giulia Merlo

Il Domani, 21 settembre 2026

La circolare Gelmini già del 2010 aveva introdotto il limite del 30 per cento, ma la distribuzione sul territorio non è omogenea. I non italiani sono solo l’11 per cento del totale, le classi con più del 20 per cento sono al Nord. I problemi a scuola sono altri. La premier Giorgia Meloni ha scelto la platea dei giovani del suo partito durante Fenix, l’evento di Gioventù nazionale, per lanciare il secondo annuncio di settimana, dopo l’esenzione del bollo auto e in mezzo a qualche frecciata alla segretaria del Pd, Elly Schlein. E questa volta la proposta è in pieno stile vannacciano. Non un caso, ma il segno di una pressione crescente che la leader avverte rispetto alla concorrenza di Futuro nazionale.

Così rivolgendosi ai ragazzi, ha detto che “se in una classe la maggioranza dei bambini non capisce l’italiano, non è integrazione, è abbandono” e “non esiste che gli italiani siano la minoranza”. Il motto è altrettanto minaccioso: “Chi viene in Italia deve integrarsi, conoscere la nostra lingua, rispettare le nostre regole”. Nulla di nuovo: un ritornello ripetuto spesso e non da oggi anche dai palchi leghisti. Meloni però ha fatto seguire l’annuncio che “in cdm vareremo in provvedimento che introduce per legge il numero massimo di studenti stranieri per classe”, “l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l’italiano” e “il divieto di burqa e niqab” perché “a scuola si va a viso aperto”.

La premier ha scelto di mettere il cappello su misure che in verità sono da tempo al vaglio del ministero dell’Istruzione di Giuseppe Valditara, che la settimana scorsa ha risposto a un’interrogazione del deputato Rossano Sasso, di Futuro Nazionale, proprio sull’inclusione nel sistema scolastico. Il partito di Vannacci - che teorizza classi differenziate per i disabili - è diventato il bastione da superare a destra negli annunci e la premier ha voluto tornare a mostrare il volto duro del governo non solo nei confronti dei migranti che arrivano, ma anche dei minori in età scolastica che già sono qui. Tuttavia, tra i dire e il fare come sempre rischia di esserci nel mezzo la complessità di un sistema che non consente di ragionare per assoluti.

L’annuncio di Meloni è rimasto piuttosto vago, riferendosi a un imprecisato “numero massimo” di studenti per classe. Ad oggi, è già in vigore la circolare approvata nel 2010 dalla ministra Mariastella Gelmini, che fissa al 30 per cento il tetto degli stranieri per classe. Il ministro Valditara, nel 2024, ha fissato una quota del 20 per cento di studenti neoarrivati per classe, oltre la quale la scuola deve assicurare un docente in più per colmare il gap linguistico. Dunque un tetto sulla carta esiste già, anche se non è previsto per legge. Tuttavia la circolare Gelmini è rimasta inapplicata, perché impossibile da mettere in pratica.

I numeri calcolati dalla fondazione Ismu su dati Istat del 2025 sono di 931.323 (l’11 per cento) studenti con background straniero nelle scuole italiane, che sono frequentate da circa 8 milioni di alunni. Già qui si incaglia l’annuncio di Meloni: il tetto varrà per chi non parla l’italiano oppure basta un passaporto diverso per finire nella quota straniera? La questione è centrale, visto che circa due terzi del quasi milione di stranieri sono bambini e ragazzi di seconda generazione, quindi nati in Italia e in teoria senza problemi linguistici. Non solo: il 44 per cento viene da paesi dell’Unione europea e le regole comunitarie impediscono di considerarli “diversi”.

Sorge poi un problema pratico. Le classi con molti alunni stranieri e con difficoltà nella lingua non è omogeneo: è maggiore nelle scuole delle periferie soprattutto delle grandi città del nord (il 65 per cento degli alunni stranieri si trova in Lombardia, seguita da Emilia Romagna e Veneto). Dunque sorge una domanda: dove mandare gli studenti in eccesso? In altre scuole distanti magari chilometri da casa, mettendo in seria discussione il diritto all’istruzione? Prendendo in considerazione solo le classi elementari, circa un quarto delle scuole primarie italiane ha una sola sezione per anno.

“Se in un determinato quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, come si può rispettare un limite percentuale?”, ha spiegato Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, “Non possiamo certo mandare via i ragazzi”. Anche l’annuncio sul divieto di burqa e niqab a scuola si presta a controindicazioni. Molti regolamenti d’istituto già prevedono la limitazione della copertura del volto alle studentesse, per esempio in caso di esami.

Tuttavia è emerso come la flessibilità delle regole (che un decreto legge eliminerebbe) è uno strumento fondamentale in particolare per prevenire l’abbandono della scuola da parte delle studentesse di fede mussulmana. L’interrogativo, allora, è quale risultato Meloni punti a raggiungere con il suo annuncio a Fenix: solleticare da leader l’elettorato più estremo e arrabbiato oppure garantire da premier le migliori condizioni di apprendimento possibile a tutti gli studenti.