sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Mauro Bazzucchi

Il Dubbio, 11 agosto 2026

Si potrebbe dire “la strana coppia” ma fino a un certo punto, per chi segue da un po’ di tempo le vicende europee. Ma se finora per la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen si era potuto parlare di convergenze, ora sarebbe più lecito raccontare di un vero e proprio asse politico, reso singolare dal fatto che le culture politiche di provenienza sono opposte. È pur vero che in questa fase Palazzo Chigi sta cercando di sfruttare, sul terreno dell’immigrazione, ogni spazio disponibile, anche quando la sponda arriva dall’altra parte dello schieramento.

E se in passato, sempre sul fronte dell’immigrazione, c’è stato il socialista albanese Rama, ora la sponda arriva da una socialdemocratica di scuola scandinava, assieme alla quale ha firmato un messaggio congiunto che per toni e contenuti potrebbe tranquillamente essere uscito da un vertice della destra europea. Non un dettaglio, proprio mentre Roma è ai ferri corti con la Spagna socialista di Pedro Sánchez e ha appena attraversato una fase di tensione con la Germania sul nodo dei movimenti secondari. Meloni e Frederiksen, del resto, mettono subito le mani avanti. “Molti potrebbero interrogarsi sulla nostra collaborazione.

Proveniamo da posizioni politiche molto diverse e certamente non siamo d’accordo su tutto”, scrivono, ricordando di essere le uniche due donne alla guida di un governo nell’Ue, una “di un grande Paese del Sud”, l’altra “di un piccolo Paese del Nord”. Poi, però, arriva il punto: “Siamo unite dal nostro desiderio di difendere l’Europa. Non accettiamo un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, e abbiamo promosso una politica migratoria rigorosa, sia nelle nostre Nazioni sia in Europa”.

Fin qui, considerando le posizioni assunte da Frederiksen negli ultimi anni, nessuna sorpresa clamorosa. A colpire è semmai il linguaggio utilizzato dalle due leader. “Nessuno può negare gli impatti negativi dell’immigrazione illegale sulle nostre società: aumento dei tassi di criminalità, crescente pressione sui servizi pubblici ed erosione della fiducia dei cittadini”. E ancora: “È particolarmente grave quando migranti illegali, privi del diritto di rimanere nelle nostre Nazioni, commettono crimini violenti, trafficano droga o si rendono responsabili di violenze sessuali”.

Parole che assumono un peso politico particolare proprio perché a sottoscriverle non è soltanto la leader di FdI, ma una delle figure più importanti della famiglia socialista europea. Frederiksen rappresenta da tempo un’anomalia nel suo campo: progressista sul terreno economico e sociale, ha costruito sull’immigrazione una delle politiche più severe del continente. Ed è esattamente dentro questa contraddizione che Meloni prova a infilarsi, trasformando una convergenza concreta in un argomento politico contro chi continua a leggere il dossier migratorio secondo la vecchia divisione tra destra e sinistra.

L’intesa, peraltro, non nasce oggi. Roma e Copenaghen avevano già trovato una sintonia sulla possibilità di realizzare centri per i rimpatri in Paesi terzi, sulla scia di quel “modello Albania” voluto dal governo italiano e diventato per mesi terreno di scontro politico e giudiziario. Ora Meloni e Frederiksen rilanciano: “Bisogna realizzare centri di rimpatrio in Paesi terzi, così come altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa.

Ci stiamo lavorando con impegno”. E non si fermano ai confini. “Per troppo tempo, soprattutto le persone comuni hanno pagato un prezzo troppo alto a causa di un’immigrazione incontrollata”, sostengono, rivendicando anche il lavoro compiuto per modificare gli equilibri nell’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nei confronti degli stranieri responsabili di reati gravi. Quindi il passaggio forse più identitario: “Entrambe siamo orgogliose del patrimonio culturale cristiano dell’Europa e vogliamo proteggerlo”. Chi sceglie di vivere nel continente deve rispettarne i valori “e non cercare di imporci modelli di vita che non condividiamo”.

Tanto più che l’asse con Copenaghen nasce mentre altrove le cose vanno decisamente peggio. Con Madrid lo scontro è esploso dopo la crisi di Ceuta e la sospensione italiana di Schengen, cui la Spagna ha risposto con controlli sui cittadini italiani in arrivo. Con Berlino, invece, il nodo riguarda i movimenti secondari e la richiesta tedesca di riprendere i migranti approdati in Italia sulla base del nuovo Patto Ue entrato in vigore il 12 giugno. Il Viminale replica che le nuove disposizioni possono riguardare soltanto gli arrivi successivi a quella data. Su quest’ultimo fronte, però, qualche nube sembra essersi diradata. Manfred Weber, leader del Ppe, ha proposto sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” return hub in Africa e un deciso rafforzamento di Frontex, fino a 50mila agenti e con maggiori poteri sulle frontiere esterne. Antonio Tajani non si è lasciato sfuggire l’occasione: “Condivido le proposte di Manfred Weber e del Ppe”, ha scritto, rilanciando hub africani, rimpatri più rapidi e lotta ai trafficanti. Con Madrid, dunque, resta il gelo, con Berlino si prova a ricucire e con Copenaghen nasce un asse politicamente improbabile ma proprio per questo utile. Nel complicato risiko europeo sull’immigrazione, per Meloni conta soprattutto non restare senza sponde.