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di Liana Milella

 

La Repubblica, 17 marzo 2021

 

Novanta minuti di confronto in via Arenula. Il primo per la Guardasigilli con un leader di partito.

Netta contrapposizione sul carcere. Convergenti sulla giustizia tributaria, ma divise sul Csm. L'una davanti all'altra, per più di un'ora e mezza. Nella grande stanza in via Arenula che fu di Togliatti, stavolta si confrontano due donne. Entrambe decisamente di successo.

Anche se i percorsi sono del tutto diversi. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, che fa della Costituzione il suo scudo, incontra la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, il cui vessillo è garantire a tutti i costi la sicurezza dei cittadini. Il suo è l'unico partito fuori dal governo. Di certo la pensano in modo diametralmente opposto sul carcere. Per la ministra vale il principio che "la certezza della pena non è la certezza del carcere". Mentre il quasi 18% degli italiani che sta con Meloni vuole una politica della giustizia che "sia molto garantista sull'accertamento del reato, ma sia giustizialista sul carcere".

Potrebbero litigare queste due donne che s'incontrano a tu per tu per la prima volta. Ed è - per Cartabia - il primo faccia a faccia con una leader di partito, donna certo, ma avversaria del governo Draghi. Eppure il confronto parte ugualmente, "senza pregiudizi" come alla fine dicono entrambe, quel colloquio che il responsabile Giustizia di FdI Andrea Delmastro definisce "franco e cordiale, e soprattutto tenuto su un registro alto". Un mood "istituzionale", come ci tengono a sottolineare le fonti di via Arenula. Dove Cartabia, proprio per questa ragione, non chiosa l'incontro. Che pure ha seguito minuziosamente, prendendo appunti con carta e penna, interrompendo più volte Meloni per capire meglio il suo pensiero e le sue proposte. Alla fine, sono almeno cinque o sei le pagine riempite. Le serviranno mentre si prepara, giovedì, ad incontrare i senatori della commissione Giustizia di palazzo Madama.

Meloni, appena uscita, affida a una conferenza stampa le sue impressioni. L'incontro le è piaciuto, si capisce dalle sue parole, ma certo lei non molla sulle sue idee perché "sulla giustizia servono discontinuità e coraggio, e c'è ben poco da salvare del lavoro di Bonafede". Per chi non avesse capito ripete di nuovo che "serve una forte discontinuità". Mentre Cartabia, da quando è diventata ministra, ha messo sul tavolo una linea ben diversa, partire dalle riforme del suo predecessore Bonafede, emendarle sì, ma non buttarle alle ortiche. Anche se è chiaro che proprio Cartabia probabilmente considera costituzionalmente a rischio una prescrizione che distingue tra condannati e assolti. E Meloni è certa, a sua volta, che Cartabia sulla prescrizione "non intende scappare".

Ma le strade di Meloni e Cartabia si dividono proprio sul metodo. Come emerge man mano che la Guardasigilli e la leader politica si confrontano. Due esempi fanno testo. La prescrizione appunto. E la galera (termine che Cartabia non userebbe mai). Perché sulla prescrizione Meloni è netta: "La legge immaginata da Bonafede introduce la possibilità del processo a vita: va abolita, o quantomeno vanno sospesi i suoi effetti. Vedremo come procederà il governo, ma così non si può andare avanti". E ancora: "Mi è dispiaciuto che il governo non abbia votato con noi l'emendamento nel Milleproroghe presentato per sospendere la prescrizione, Renzi compreso".

È un punto nodale dell'incontro. Perché Meloni e i suoi non fanno sconti. Come spiega Delmastro sulla prescrizione di Bonafede "bisogna invertire l'ordine dei fattori, prima si ripristina la prescrizione originaria, poi si fa la riforma della giustizia penale". Meloni e i suoi bocciano il ben noto lodo Conte-bis, il compromesso raggiunto da Bonafede con Renzi per salvare la sua legge con il diverso cursus della prescrizione per i condannati (cammina) e per gli assolti (si ferma), perché "va contro la Costituzione". E qui, le fonti di Fdl dicono, dopo l'incontro, che anche Cartabia avrebbe storto il naso su questo doppio binario.

Se la Costituzione è un faro sulla prescrizione, altrettanto lo è sul carcere. Ma qui le strade di Cartabia e Meloni si separano nettamente. Se la ministra, come ha appena fatto in commissione Giustizia, dice che "la certezza della pena non si risolve nella certezza del carcere", e quindi ben vengano misure alternative e una detenzione umana, Meloni mostra la faccia feroce dell'impostazione securitaria. Eccola dire dentro e fuori via Arenula: "Può essere vero che la certezza della pena non significhi necessariamente certezza del carcere, ma la certezza che non c'è il carcere è la certezza di nuovi reati".

Per questo Meloni chiede "un investimento importante per l'edilizia carceraria e per chi lavora nelle carceri". Vuole "l'aumento degli organici per la polizia penitenziaria". Pronuncia un netto no per "nuovi decreti svuota carceri". Cartabia prende appunti certo, ma la sua Bibbia è l'articolo 27 della Costituzione quando dice che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Queste due donne sul carcere sono divise, eppure si confrontano. È anche questo il "metodo" Cartabia. Tant'è che la Guardasigilli vuole capire bene, e chiede e domanda prendendo poi appunti, cosa propone Meloni sulla soluzione di far scontare la pena ai detenuti stranieri nei paesi di origine. Né, certo, si scontra con la leader di Fratelli d'Italia che pretende pene più severe ed efficaci, ed è pronta ad accettare anche un'alternativa al carcere, a patto però che si tratti comunque di una misura efficace.

Sono consapevoli di essere su posizioni opposte, ma riescono a dialogare. E almeno su un punto, la giustizia tributaria, sono proprio d'accordo. Perché l'idea di Cartabia, visti i clamorosi annullamenti in Cassazione, di nominare giudici terzi e non scelti dal Mef, trova d'accordo Meloni. Mentre è sul Csm dopo il caso Palamara che le strade si dividono ancora. Netta la richiesta di scegliere i futuri componenti togati con il sorteggio, tant'è che Meloni lo considera "l'unico modo serio per eliminare la deriva correntizia".

Già scontata la bocciatura di Cartabia per gli inevitabili risvolti di costituzionalità. Mentre, sul filo della Costituzione, le posizioni sembrano riavvicinarsi sulla magistratura onoraria, che trova in FdI un pieno sponsor, e vede Cartabia convinta di poter risolvere la questione una volta per tutte rispettando la Carta, tant'è che è in attesa di una prossima sentenza della Consulta. Alla fine si salutano soddisfatte. Hanno dialogato civilmente. E Meloni può rendere pubblica una sua impressione, che sulla prescrizione Cartabia "non intende scappare". E questo già le piace. Poi, certo, "vedremo come procederà".