di Mario Di Vito
Il Manifesto, 5 marzo 2025
Oggi a palazzo Chigi. La riforma resta blindata. Maruotti (Anm): “Nessun margine di trattativa”. È l’abc della politica: in una trattativa non si concede mai nulla in cambio di una promessa da mantenere in futuro. Giorgia Meloni, che di politica un po’ se ne intende, lo sa benissimo e quindi è perfettamente consapevole che quando oggi pomeriggio, alle 15 e 30, riceverà i vertici dell’Associazione nazionale magistrati dovrà fare un’offerta impossibile da accettare: disponibilità al dialogo non per modificare la riforma della giustizia ma per accordarsi sui successivi decreti attuativi sul sorteggio “temperato” dei togati del Csm e sulle quote rosa.
Pochissimo, quasi niente, e con una parte della sua maggioranza (Forza Italia, lo stesso ministro Carlo Nordio) che non sono nemmeno tanto d’accordo. Ma questo passerà il convento, anche perché in fondo non c’è nessuna reale volontà del governo di riaprire la partita sulla separazione delle carriere e l’unico vero obiettivo è dividere il parlamentino delle toghe. Magistratura indipendente, la corrente conservatrice che tra le altre cose esprime la presidenza dell’Anm con Cesare Parodi, quasi non vede l’ora di poter distendere i rapporti con un esecutivo che ha due suoi ex iscritti in posizioni di assoluto rilievo (oltre a Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano). E però oggi Parodi sarà pressoché costretto a dire di no a Meloni: la magistratura, del resto, è ancora piuttosto compatta nel suo rifiuto totale della riforma, prova ne sia la riuscita dello sciopero della settimana scorsa, che ha toccato l’80% di adesioni tra le toghe.
“Non ci sono margini per una trattativa - dice al manifesto il segretario dell’Anm Rocco Maruotti - autonomia e indipendenza della magistratura, che rischiano concretamente di essere ridimensionate, non sono negoziabili. Questo perché non sono nella disponibilità dei magistrati, in quanto costituiscono una garanzia per tutti i cittadini”. È la base di un discorso chiaro almeno dallo scorso 15 dicembre, quando l’assemblea della magistratura organizzata ha varato la linea dura: sciopero e futura costituzione di comitati per il No quando la riforma uscirà dalle aule parlamentari e comincerà a solcare il mare aperto della campagna referendaria. Calendario alla mano, il momento della consultazione popolare non arriverà prima della primavera del 2026, un orizzonte lontano.
Anche troppo lontano per Meloni che - sempre in virtù del fatto di avere una qualche dimestichezza con la politica - sa che per allora i sondaggi sul suo governo potrebbero non essere più buoni come adesso e che il referendum verrà facilmente letto come un quesito su di lei: pro o contro, senza che il merito della vicenda importi granché. È la stessa cosa che successe a Renzi nel 2016. E l’allora premier ci lasciò le penne nonostante partisse da vette di consenso addirittura più alte rispetto all’attuale inquilina di palazzo Chigi. Questo è anche il principale motivo per cui Meloni non può fare un passo indietro sulla riforma: rimangiarsene un pezzo e allungare ulteriormente i tempi porterebbe il referendum sempre più a ridosso delle prossime politiche, aumentando la possibilità che il tutto diventi un giudizio anticipato sul suo operato. Facile dunque che si andrà avanti ciascuno per la sua strada. “Non ci sono possibili soluzioni di compromesso - dice ancora Maruotti - e non potremmo mai accettare accomodamenti al ribasso. E mi pare che, per ragioni opposte, questa sia anche la posizione del governo”.
il problema, per le toghe, sarà quello di mantenere intatta la compattezza dimostrata fino a questo momento. Qualche indizio al riguardo, dopo l’incontro odierno (preceduto in mattinata da quello tra Meloni e l’Unione delle camere penali, cioè gli avvocati), si avrà sabato, quando in Cassazione si terrà il Comitato direttivo centrale dell’Anm. La prima volta dell’era Parodi.











