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di Monica Guerzoni

Corriere della Sera, 31 gennaio 2025

Il presidente del Consiglio: la sola cosa che non si può fare è loro che guidano il Paese e io che vado alle urne, l’indagine danno alla nazione. L’opposizione: “Venga in Aula”. Sorride molto, gesticola moltissimo e nel bel mezzo dell’intervista, una domanda sola per quindici minuti di risposta, Giorgia Meloni alza ancora i decibel contro i magistrati: “Ci sono alcuni giudici, fortunatamente pochi, che vogliono decidere la politica industriale e quella ambientale, la politica dell’immigrazione, vogliono decidere se e come riformare la giustizia, per cosa possiamo spendere e per cosa no”. E ancora, spalancando le braccia e innalzando i toni: “In pratica vogliono governare loro. Solo che c’è un problema. Se io sbaglio, gli italiani mi mandano a casa. Se sbagliano loro, nessuno può fare o dire niente. Nessun potere al mondo, in uno Stato democratico, funziona così. I contrappesi servono a questo”.

La premier alla sfida finale con le toghe. La platea è quella amica dell’evento “La Ripartenza” di Nicola Porro. La leader della destra appare alle 17.30 in collegamento video, sfondo azzurro e bandierine tricolore, annuncia che farà solo un “saluto veloce da remoto”, scherza sulla rassegna stampa quotidiana del giornalista Mediaset, Zuppa di Porro, e confessa il sogno segreto di “fare una zuppa di meloni”. Poi, quando la prima e ultima domanda arriva, si scaglia contro le toghe.

L’avviso che le ha fatto recapitare il procuratore Francesco Lo Voi era un atto dovuto o non dovuto? “L’atto era chiaramente voluto - risponde Meloni - Tutti sanno che le procure hanno la loro discrezionalità e lo dimostrano le numerosissime denunce fatte dai cittadini nel periodo del Covid”. La tesi insomma è questa: se in quegli anni tanti giudici decisero di non iscrivere l’allora capo del governo nel registro degli indagati, mentre oggi, sul caso Almasri, hanno inviato l’avviso a Meloni, Piantedosi, Nordio e Mantovano, è perché contro questo governo agiscono “magistrati politicizzati che cercano di colpire chi non è schierato con loro”.

Dopo aver lamentato che a chiunque nei suoi panni “cadrebbero un po’ le braccia”, si lancia in una lunga giustificazione dei suoi tanti viaggi all’estero: “Nel mese di gennaio ho fatto 73 ore di volo, perché ogni viaggio sono porte che si aprono per le nostre imprese, investimenti, posti di lavoro”. Dalla gara pubblica tra azeri, indiani e cinesi per l’acquisto di Ilva, fino ai dieci miliardi di valore degli accordi in Arabia Saudita, passando per la fusione Ita-Lufthansa, la premier rivendica di aver battuto il globo terracqueo “dal ghiaccio dei fiordi fino alla sabbia del deserto”.

Tra una missione e l’altra, continua la narrazione meloniana, l’export dell’Italia ha toccato il “valore record di 305 miliardi”, il comparto agricolo ha raggiunto il “primato storico” nella Ue, lo spread è sceso e via così. Finché, ecco il teorema, arriva a un magistrato e butta giù il castello: “In questo scenario mi ritrovo sulla prima pagina del Financial Times la notizia che sono indagata, e se in Italia i cittadini capiscono perfettamente cosa sta accadendo, all’estero non è la stessa cosa”.

E qui Giorgia Meloni attinge alla mitologia e si paragona alla moglie di Ulisse: “Lei se la ricorda Penelope? Io in confronto avrei tessuto le tende dello stadio Olimpico. Tu puoi anche essere disposto a fare i sacrifici necessari a portare a casa dei risultati, ma se quegli stessi italiani che dovrebbero remare con te invece ti remano contro, smontano il lavoro che fai e questo obiettivamente ti manda ai matti”. Dove “questo”, per Meloni, è “un danno alla nazione, alle sue opportunità, alle sue speranze”. Perché la magistratura, concede la premier, è “una colonna portante della nostra Repubblica”.

Ma poiché “nessun edificio si regge su una colonna sola, quando un potere dello Stato pensa di poter fare a meno degli altri il sistema crolla”. Segue provocazione, con risata sarcastica: “Se alcuni giudici vogliono governare si candidino alle elezioni... L’unica cosa che non si può fare è che loro governano e io vado alle elezioni. Non accetterebbe nessuno”.

Accuse che cadono nelle stesse ore in cui FdI martella verbalmente il procuratore Lo Voi, con una vera e propria campagna mediatica. Una nota durissima del partito della premier ricorda che “colui che ha emesso l’avviso di garanzia” per i membri del governo “aveva in passato utilizzato il volo di Stato per ragioni di sicurezza per spostarsi da Roma a Palermo” e che il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva stoppato quella possibilità. Per la vice capogruppo Augusta Montaruli “ci vuole una bella faccia tosta”, avendo lo stesso pm ipotizzato il peculato per il rimpatrio del capo della polizia giudiziaria libica”. FdI parla di “vicenda imbarazzante” e chiede chiarezza a Lo Voi, rimproverandogli di avere “una duplice faccia”. L’attacco arriva anche dal Csm. I consiglieri laici del centrodestra, Bertolini, Eccher, Bianchini, Aimi e Giuffré, chiedono che Lo Voi sia sanzionato per aver iscritto nel registro delle notizie di reato i quattro esponenti del governo. L’accusa, in sostanza, è che si sia mosso arbitrariamente e in contrasto con il Codice di procedura penale.