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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 26 marzo 2026

Giorgia Meloni prova a rientrare nei suoi panni e nei suoi stivali. È reduce da una disastrosa campagna combattuta sotto una bandiera lontanissima dalle sue vere convinzioni: tanto distante da costringerla a capovolgerne il senso, provando a fare di una bandiera garantista il suo esatto opposto. L’esito è stato disastroso e non poteva essere diversamente. La forza della premier sta nel fatto che crede in quello che dice, giusto o sbagliato che sia. Nella campagna referendaria è apparsa finta, posticcia, meno efficace della rivale Elly Schlein nel quasi confronto diretto alla vigilia del voto.

Ora Meloni tenta di tornare alla immagine determinata, decisionista e drastica, sulla quale aveva basato le sue fortune elettorali. Il repulisti che ha ordinato dopo la batosta ha questo evidente significato. Il problema è che intorno a lei tutto è cambiato. Il referendum non è un incidente di percorso: è un terremoto che costringe a ridisegnare per intero le mappe della politica. Sino a una settimana fa la premier sapeva di poter imporre la sua legge elettorale e contava per questo sul tacito assenso della rivale Elly Schlein. Quella forza non ce l’ha più e la legge elettorale è diventata una chimera difficilmente raggiungibile. Senza contare il particolare per cui, in questo momento, il premio di maggioranza non è affatto una garanzia per la destra: potrebbe al contrario rivelarsi un disastro in termini di seggi parlamentari.

Ma c’è molto di più. La premier per quattro anni o quasi si è rivolta agli italiani con la spavalda sicumera di chi ogni settimana vede i sondaggi registrare la propria popolarità intonsa. Giorgia era Giorgia perché era forte, e la sua forza era ben chiara non solo alla sua maggioranza, ma anche ai rivali. Quella forza Giorgia Meloni non ce l’ha più. Non ce l’ha con gli alleati e non ce l’ha con un’opposizione che sente di avere ora il vento in poppa.

In questo frangente difficilissimo, il caso Daniela Santanchè assume dimensioni sproporzionate. Sarebbe stato difficile per la premier restaurare l’immagine volitiva e dominante sulla quale ha sin qui contato se non fosse riuscita neppure a far dimettere la più discussa tra i suoi ministri. È vero che il Pd, nella sua bulimia da mozioni di sfiducia, le ha dato una mano. Alla maggioranza, sarebbe bastato disertare l’aula qualora fosse arrivata al voto la mozione e la sorte di Santanchè sarebbe stata segnata senza che i suoi compagni di coalizione si sporcassero direttamente le mani. Ma chissà quanto sarebbe stata funzionale all’immagine di Giorgia Meloni una risoluzione del caso Santanchè dovuta solo all’opposizione. Poteva darsi il caso che, al contrario di quanto auspicato, quell’immagine ne uscisse ulteriormente ammaccata.

Non è una debolezza che si rivela solo nel braccio di ferro con l’ormai ex ministra del Turismo. Che le piaccia o no, la parte di chi è sostenuto dalla maggioranza della popolazione Giorgia Meloni non può più farla. Per questo è condannata ad affrontare un dilemma tra i più sgradevoli in politica. Può provare a restare al suo posto. far finta di niente, rientrare appunto nei suoi panni. Solo che quei panni ormai sono troppo larghi per le sue dimensioni politiche. Per tornare a quella che era appena una settimana fa, Giorgia Meloni deve in qualche modo dimostrare la sua forza e i sondaggi non basteranno. Quella forza può restituirla solo chi l’ha tolta: il popolo votante.

Certo, nessuno proverà a sloggiarla anzitempo, anche perché a nessuno converrebbe. Il capo dello Stato non ha alcun desiderio di affrontare la fase molto difficile che il Paese potrebbe dover affrontare in situazione di instabilità. L’opposizione, e in particolare il Pd, ha bisogno di tempo per organizzarsi e risolvere i propri nodi ancora aggrovigliati, primo fra tutti quello della candidatura alla premiership.

Nessuno impedirà alla premier di restare al governo. Senza però poter governare. La sola alternativa, in tutta evidenza, è tentare la carta molto azzardata delle elezioni anticipate in autunno, varando prima una legge elettorale se più possibile concordata con l’opposizione, ma se del caso anche imposta a maggioranza come ultimo atto di questo governo. I rischi sono visibili: non è detto che gli alleati sarebbero pronti a seguirla, il Presidente della Repubblica probabilmente si metterebbe di mezzo, non è affatto esclusa l’ipotesi di un governo tecnico o di unità nazionale o del Presidente o comunque lo si voglia chiamare. Non è però detto che questa, oggi, sia l’opzione peggiore per Giorgia Meloni.