di Simone Canettieri
Corriere della Sera, 2 agosto 2026
La partita è appena iniziata. Perché dopo la mossa della lettera, adesso Giorgia Meloni pensa alle proposte. A partire dalla creazione di nuovi centri di rimpatrio “modello Albania” fino a patti economici ancora più stringenti con i Paesi africani. Tutto si è messo in moto nelle ultime 24 ore. L’idea del documento dei 22 nasce da una telefonata venerdì mattina fra la presidente del Consiglio e la prima ministra danese Mette Frederiksen (socialdemocratica, dettaglio non banale). La premier lancia e condivide con la collega l’idea della missiva. Che si può leggere con lenti di politica estera e interna. Le prime: l’Italia è in grado di portare tutta (o quasi) l’Europa a “bordo” sulle sue posizioni, dopo il patto di migrazione e asilo, perché “la difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una responsabilità comune dell’Europa”.
La seconda: per Meloni è un modo per dimostrare alle opposizioni (Roberto Vannacci compreso) che “è tutt’altro che isolata”. Mentre la “sinistra pensa al caldo”, è la battuta di Palazzo Chigi riferita all’ultima iniziativa di Elly Schlein. La segretaria del Pd le ricorda però che “ne ha rimpatriati più Sánchez in 48 ore che Meloni in quattro anni”. E il dem Francesco Boccia chiede che la premier riferisca in Aula.
Ma come è nata la lettera dei 22? Le prime adesioni sono figlie del formato che da un paio di anni, su spinta di Meloni, si riunisce a Bruxelles prima dei Consigli europei. Si chiama “like minded”. Ed è composto da quindici Stati membri che la pensano alla stessa maniera sul contrasto all’immigrazione clandestina e la lotta al traffico di essere umani. Di questa piattaforma fa parte anche la Germania, che infatti sottoscriverà la lettera con il cancelliere Friedrich Merz, dandole un peso specifico importante. Al contrario della Francia. L’assenza di Parigi è interpretata da Palazzo Chigi come la conseguenza di una “scelta politica”, più che di merito, vista la vicinanza di Emmanuel Macron a Pedro Sánchez. Entrambi - seppure a diversi livelli - sono i grandi “isolati” nell’emergenza di Ceuta, registrano nelle stanze del governo con una malcelata soddisfazione. L’Italia, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, porterà al tavolo del Consiglio europeo convocato per martedì la proposta di creare nuovi hub per il rimpatrio di migranti clandestini modello Albania, ma finanziati con fondi europei e localizzati quasi tutti in Africa. C’è già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti. Si tratta, ovvio, di stati terzi alla Ue: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia.
Allo stesso tempo, il governo chiederà l’attuazione stringente del programma “Gsp+”, approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio del 2027. Il sistema lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Ue. Meloni in queste ore di scontro totale con la Spagna riflette sul “segnale” che è riuscita a dare. Nell’imporre la sua visione “a un numero sempre maggiore di nazioni europee”. Punta ad arrivare a una sorta di grande Piano Mattei europeo per l’Africa.
Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha contribuito dietro le quinte all’operazione: non ha mai nascosto le critiche al governo spagnolo riguardo le mosse troppo azzardate nelle politiche migratorie. I seicentomila permessi di soggiorno concessi da Sánchez agli irregolari sono stati sempre considerati dal titolare della Farnesina “sbagliati” oltre che “un incentivo al traffico di essere umani”. La reazione muscolare di Roma di sospendere per un mese l’area Schengen nei collegamenti marittimi e aerei con la Spagna per i cittadini extra Ue nasce dal timore di nuova sanatoria che Madrid avrebbe potuto concedere. Il provvedimento scade il 31 agosto: potrebbe durare di meno. Sono in corso valutazioni. La premier sembra aver raggiunto una serie di obiettivi che si era preposta con Ceuta. Interni all’Europa, certo, ma togliendo anche argomenti a Vannacci. Con l’unica “remigrazione” attuabile.










