di Francesco Malfetano
La Stampa, 6 ottobre 2025
Giovedì in aula il voto su Nordio, Piantedosi e Mantovano. L’appuntamento è fissato per giovedì mattina alle nove. Poche ore più tardi scatterà il voto, che a Montecitorio assume già i contorni di un mezzogiorno di fuoco per la maggioranza. Giorgia Meloni ha deciso di non mancare: la premier dovrebbe infatti sedersi tra i banchi del governo e - salvo imprevisti d’agenda - seguire dall’inizio alla fine la discussione sulla relazione della Giunta per le Autorizzazioni a procedere. Poi, al pari dei suoi ministri, potrà esprimere il proprio voto. Segreto nella forma, ma politico nella sostanza.
È il punto di arrivo di una vicenda che la presidente del Consiglio ha sempre vissuto sulla propria pelle. “Non sono Alice nel Paese delle meraviglie”, disse a La Stampa quando il Tribunale dei ministri archiviò la sua posizione, lasciando però nel mirino Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano. E subito dopo, in un videomessaggio, assicurò che si sarebbe “seduta accanto a loro al momento del voto”. Parole nette, mai ritrattate ma congelate dalla prudenza. Perché nel frattempo, attorno a lei, i dossier internazionali si sono moltiplicati e il rischio politico di ogni scelta è cresciuto.
Chi ha avuto modo di parlarle in questi giorni racconta di un dubbio che continua ad agitarla: meglio mostrarsi in Aula, consapevole che il silenzio rischierebbe di diventare un pretesto per le opposizioni, pronte a rinfacciarle il rifiuto di riferire su Gaza, Ucraina o sulla vicenda della Global Sumud Flotilla? O conviene defilarsi, lasciando che il messaggio politico passi attraverso il voto e non attraverso la sua presenza a rischio che possa sembrare che abbia scaricato i suoi?
La scelta non è neutra. A Montecitorio la premier verrebbe fotografata accanto ai tre ministri sotto accusa, assumendosi in prima persona il peso della loro difesa. Ma così facendo offrirebbe anche un bersaglio facile a Elly Schlein e ai leader delle opposizioni, che da settimane (l’ultima volta della premier a Montecitorio è stata prima del Consiglio Ue di giugno, e la prossima sarà prima di quello del 23 ottobre) insistono perché Meloni parli in Aula delle crisi internazionali, non solo per il tramite di Antonio Tajani. Proprio il ministro degli Esteri, peraltro, giovedì non ci sarà: assenza annunciata, sarà a Parigi a discutere con gli alleati europei e i partner arabi l’attuazione del piano di pace di Donald Trump.
Nessuna defezione, invece, nel resto della squadra di governo o nei ranghi parlamentari. Luca Ciriani e i capigruppo hanno trasmesso un ordine chiaro: presenza tassativa, senza eccezioni. La fotografia che Palazzo Chigi vuole consegnare al Paese è quella di una maggioranza compatta, capace di trasformare una trincea giudiziaria in un atto politico di coesione. Idealmente, per il centrodestra, il voto di giovedì dovrebbe chiudere la partita. Mettere una pietra sopra a mesi di indagini e tensioni. Ma non tutto è risolto. Resta sospesa la posizione di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Nordio, accusata dal Tribunale dei ministri - e poi dalla procura di Roma - di aver reso false dichiarazioni all’autorità giudiziaria durante l’inchiesta. Una coda velenosa dato che il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, dopo aver confermato l’indagine, ha escluso che il reato ipotizzato possa beneficiare dell’autorizzazione a procedere. Una risposta che apre la strada al conflitto di attribuzione tra Montecitorio e la procura. O, volendo, tra il governo e i giudici.










