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di Michele Brambilla

huffingtonpost.it, 25 gennaio 2023

Sono stato a lungo cronista giudiziario: le notizie riservate escono dalle procure, è un patto silente coi giornalisti. Quello che interessa è raccontare il mostro del giorno. E con questo la libertà di stampa non c’entra nulla.

Prima che questa storia delle intercettazioni che finiscono sui giornali si risolva come al solito, e cioè che è colpa solo dei giornali, vorrei porre ai lettori e se fosse possibile a tutti gli italiani una domanda: ma voi, chi credete che le passi ai giornalisti, le intercettazioni? E da vecchio ex cronista di giudiziaria vorrei girare ai lettori e se possibile a tutti gli italiani anche la risposta: non c’è notizia o carta riservata che non esca dai palazzi di giustizia.

Non credete ai miei colleghi “investigativi” che infarciscono i loro racconti alla Dan Brown con quei ripetuti riferimenti a “la mia fonte”: sono degli imbroglioni. La fonte, se non la si cita, non garantisce nulla: è fuffa, è fango, è cultura del sospetto, può essere depistaggio, può essere calunnia. E in ogni caso, anche se si tratta di notizie vere, se non si cita la fonte è perché la fonte non vuole apparire (scaricando così tutta la responsabilità solo sul giornalista) o perché è inconfessabile.

Non credete ai giornalisti che si spacciano per geniali e intrepidi segugi. Di Bob Woodward e Carl Bernstein che fanno cadere un presidente degli Stati Uniti ce ne sono ben pochi, e infatti su quei due ci hanno fatto un film e siamo qui a parlarne ancora adesso.

Per il resto, la cronaca giudiziaria è una cosa semplice. Ci sono alcuni giornalisti, quasi sempre gli stessi per anni e anni se non per decenni, che ogni giorno frequentano i palazzi di giustizia. Stringono rapporti, a volte amicizie, con pubblici ministeri, giudici, avvocati, cancellieri, agenti di polizia giudiziaria, addetti alle fotocopie, uscieri e varia umanità di uffici, aule e corridoi. È da quel mondo che escono tutte le notizie e anche tutte le intercettazioni, comprese quelle penalmente irrilevanti ma personalmente sputtananti. E se i giornalisti le hanno in mano, è perché qualcuno in mano gliele ha messe. Se vengono pubblicate, è perché qualcuno ha interesse che vengano pubblicate.

Sono notizie quasi sempre relative a indagini in corso, e quindi coperte dal segreto istruttorio. Sarebbe un reato, pubblicarle. Anzi “è” un reato: ma non viene mai perseguito. Quando scoppia un caso particolarmente clamoroso, si apre un’indagine per scoprire come quella tal notizia o quella carta sia uscita, e si ordina una perquisizione nell’ufficio o perfino nell’abitazione del giornalista che l’ha pubblicata, e allora il sindacato dei giornalisti grida all’attentato alla libertà di informazione, e anche l’Ordine dei giornalisti grida che così non si fa perché la libertà di stampa è sacra, ma l’unica libertà cui non frega niente a nessuno è quella del malcapitato che si vede (in modo illegale) sbattuto in prima pagina, violato, anche violentato, e magari poi sarà assolto, e magari non è neppure indagato e ha solo avuto la sventura di essere dall’altra parte di un telefono.

E così è tutta una farsa, le vesti stracciate di sindacato e Ordine sono una farsa, e pure le perquisizioni e le indagini per violazione del segreto istruttorio sono una farsa, non s’è mai visto nessuno punito davvero per questo. Ricordo un solo collega, Paolo Longanesi del Giornale di Montanelli - figlio del grande Leo - che venne arrestato. L’accusarono di aver svelato che il boss della mala milanese Angelo Epaminonda detto il Tebano aveva cominciato a collaborare con la giustizia. Ma fu rilasciato subito, il processo contro di lui finì (e per fortuna, intendiamoci) praticamente in nulla, e poi è roba di quarant’anni fa.

Ho detto che è tutta una farsa, ma forse sarebbe meglio dire che sono atti e parti della stessa commedia. Come quando seguivo Mani Pulite per il Corriere della Sera e Di Pietro era diventato talmente famoso che era impossibile avvicinarlo, ma c’era sempre qualcuno che ci avvertiva: occhio che stasera si fanno un po’ di arresti; oppure peggio ancora, occhio che stasera tizio e caio ricevono avvisi di garanzia. Quegli avvisi di garanzia che proprio da quella stagione sono diventati agli occhi degli italiani sentenze passate in giudicato: fa niente se poi uno viene prosciolto magari già in istruttoria, ormai la sua carriera è stroncata, la sua vita privata segnata, l’ergastolo sociale inflitto.

Vorrei spiegare, anzi testimoniare al lettore e se possibile a tutti gli italiani, qual è il rapporto fra il cronista giudiziario e i pubblici ministeri. Intanto, è un rapporto di conoscenza e spesso fiduciario, viste le lunghe frequentazioni quotidiane. Ma è anche un rapporto viziato da un pregiudizio positivo di noi giornalisti nei loro confronti. Un pregiudizio positivo perché siamo cresciuti tutti con i film con i cow-boy e gli indiani, i nordisti e i sudisti, i poliziotti e i delinquenti, i magistrati e gli imputati, dove i primi sono sempre i buoni e i secondi sempre i cattivi. Ci sono voluti i romanzi di Simenon, che abbiamo letto troppo tardi, quando l’Adelphi ha cominciato a ristamparli, per avere uno sguardo più attento all’umano e alle sue debolezze. Ma resta l’idea che la pubblica accusa è lo Stato e quindi infallibile, mentre l’avvocato difensore è un privato pagato per permettere all’imputato di farla franca, e quindi è un po’ mascalzone anche lui come l’imputato, il quale poi se è finito sotto inchiesta qualcosa deve pur aver fatto, perché se uno non ha fatto niente non lo vengono a cercare.

Tragico strabismo. Perché è vero che il pm cerca di scoprire i colpevoli e agisce per il bene pubblico, ma il suo è un lavoro di indagine che può finire anche con lo scoprire che l’indagato è innocente. Il pm è sì un servitore dello Stato, ma nel processo penale è una parte, così come è una parte l’avvocato difensore. Questa è la legge, è il diritto elementare.

Ma ci sono altri motivi per cui le cronache giudiziarie sono così tanto sbilanciate. È che tutti coloro che lavorano nei palazzi di giustizia rappresentano, per il cronista giudiziario, i fornitori di notizie, cioè di materia prima, cioè il pane. Se ce li mettiamo contro, basta notizie, non c’è più trippa per i gatti. Infine, le querele per diffamazione e le cause civili per danni. Vogliamo ammettere questa grande paura che condiziona i giornalisti? Se ti querela un magistrato, sei giudicato da un suo collega.

Tutto questo non è per difendere la categoria cui appartengo, che anzi è la principale responsabile dello sputtanamento. Ma il sistema degli avvisi di garanzia e delle intercettazioni è più complesso, e un dibattito onesto dovrebbe dar conto di tutto. E ora il vero punto che divide non è su chi vuole continuare a indagare per sconfiggere la mafia e chi invece vorrebbe limitare i pm: il vero punto che divide è fra chi vuole mettere fine alla gogna e chi invece vuole che questo schifo continui così com’è.