di Oliviero Mazza
Il Dubbio, 17 luglio 2026
All’inizio di ogni estate, puntualmente, si torna a denunciare l’emergenza carceri. Situazione intollerabile, ma ormai tragicamente endemica. Dalla storica sentenza Torreggiani del 2013 ad oggi sembra che non sia cambiato nulla: sovraffollamento, suicidi, condizioni di detenzione inumane e degradanti, forse gli unici elementi di relativa novità sono il sequestro di alcune sezioni del carcere fiorentino di Sollicciano e l’attesa di una pronuncia della Corte costituzionale che potrebbe essere di portata storica.
Di fronte a questa drammatica, conclamata e persistenze violazione dei diritti fondamentali, la politica è rimasta negli anni inerte, al netto di poche voci isolate favorevoli a interventi straordinari come amnistia, indulto o liberazione anticipata speciale. Un atteggiamento bipartisan che accomuna l’attuale maggioranza con le forze di opposizione, parimenti animate da uno smaccato populismo giudiziario, pensiamo al Movimento 5 stelle che ha già dato prova della sua ideologia carcero centrica (spazza corrotti, blocco della prescrizione et similia), per non parlare del Partito democratico che abbondonò, per mero calcolo politico, i lavori degli stati generali dell’esecuzione penale.
Inutile nascondersi che tutto il sistema politico italiano non ha avuto finora il coraggio di proporre soluzioni concretamente praticabili per risolvere stabilmente un’emergenza che tale non è, rappresentando, all’evidenza, una situazione tanto endemica quanto intollerabile. Certamente il Paese non è attraversato da una spiccata sensibilità per i problemi delle condizioni di vita in carcere, ma chi ha responsabilità politiche dovrebbe guardare al bene comune, al rispetto della Costituzione, anche a costo di risultare impopolare.
Il Governo dovrebbe essere forte per difendere i deboli, non per opprimerli, secondo un principio fondamentale dello stato di diritto liberale misconosciuto dalla dottrina Nordio in tema di certezza ed effettività della pena, senza sconti automatici. Il fallimento di una politica incapace di rispondere a una vera e propria crisi umanitaria non può far passare in secondo piano le responsabilità della magistratura. Le chiavi del carcere sono pur sempre in mano ai giudici. L’anno scorso auspicavo una salutare supplenza della magistratura di sorveglianza, una interpretazione adeguatrice del quadro normativo, soprattutto dell’ordinamento penitenziario, che potesse dare quelle risposte in chiave di deflazione carceraria che il Parlamento non è in grado di offrire.
Evidentemente era un’illusione, la magistratura è stata compatta nel difendere la Costituzione quando erano in gioco i suoi interessi corporativi, mentre si è dimostrata, salve alcune lodevoli eccezioni, generalmente indifferente di fronte alla violazione dei principi, pur sempre costituzionali, che vietano i trattamenti inumani e che impongono la finalità rieducativa della pena. Come è possibile che la giurisprudenza vieti l’estradizione verso Paesi terzi in condizioni di sovraffollamento carcerario e non si ponga la medesima questione quando si tratta di consentire la detenzione, nelle stesse condizioni, in Italia? Due pesi e due misure difficilmente spiegabili alla luce di un principio costituzionale di uguaglianza.
Ma lo abbiamo capito, la Costituzione viene difesa a corrente alternata, a seconda delle convenienze del momento. Senza voler fornire alibi alla latitanza legislativa, bisogna ammettere che la protesta non sempre è stata accompagnata da una proposta realistica. Voglio quindi tornare sul tema, rilanciando una possibile soluzione che certamente non sarebbe quella ideale per dare corpo ai principi costituzionali, ma che, dal punto di vista pragmatico, potrebbe consentire un immediato beneficio, quello di cui il sistema penitenziario italiano ha un disperato bisogno.
Partiamo dal presupposto che l’opinione pubblica non accetterebbe “sconti di pena”, la nostra società è vendicativa, soprattutto con gli “altri”, e allora prendiamo atto che la politica, anche quella penale, è lo specchio del Paese. Occorre allora trovare soluzioni che antepongano i risultati concreti alle ideologie rigide e ai principi astratti, nell’ottica di un realismo carcerario che accantoni, almeno per il momento, provvedimenti clemenziali o che possano essere percepiti come tali. L’unica soluzione politicamente percorribile non è quella di una generalizzata riduzione della durata della pena detentiva, ma di una rimodulazione delle modalità esecutive.
Già l’anno scorso avanzai la proposta di sostituire la pena carceraria con la detenzione domiciliare. Basterebbe prevedere che gli ordini di esecuzione vengano emessi entro un certo limite di pena, ad esempio cinque anni di reclusione, applicando direttamente la detenzione domiciliare. Ciò consentirebbe a tutti i condannati per reati comuni, ossia non ostativi, di vedersi applicata d’ufficio questa misura alternativa che sarebbe la soluzione più semplice per evitare l’ingresso in carcere a quella vastissima platea di delinquenti che avrebbero comunque la legittima aspettativa di vedersi riconosciuto, nel giro di un anno, l’accesso ad altre misure alternative, ad esempio l’affidamento in prova.
Soluzione, quella della modifica dell’ordinamento penitenziario e dell’art. 656 c.p.p., da accompagnare con la previsione, ispirata alla presunzione d’innocenza, che anche la misura cautelare massima divenga quella degli arresti domiciliari, a meno che non sia provata una concreta e attuale pericolosità per l’incolumità pubblica o privata che imponga la custodia cautelare.
Sostituire il carcere con la detenzione domiciliare, in tutti quei casi in cui la gravità del reato lascia presumere una capacità auto custodiale, sarebbe una scelta in linea con i risultati criminologici che dimostrano un tasso di recidiva nettamente inferiore quando la pena viene eseguita in forma diversa dalla collocazione negli istituti di pena. E per chi non disponesse di un domicilio, potrebbe sopperire l’idea del Ministro Nordio di utilizzare le caserme dismesse, con assistenza affidata alle associazioni di volontariato. Il risultato di questa riforma sarebbe immediato e tangibile. Drastica riduzione del sovraffollamento carcerario, elevata aspettativa di un esito effettivamente rieducativo, minori costi per l’amministrazione e, non ultimo, il ritorno delle nostre carceri nel perimetro della legalità costituzionale. Secondo una inveterata tradizione, in agosto vengono varate riforme penali di dubbia legittimità, per una volta vogliamo sperare in un’oasi garantista nel deserto giustizialista, una riforma di mezza estate, magari un decreto-legge, che ponga al centro del sistema punitivo la detenzione domiciliare. Lavoriamo concretamente per questa soluzione, accompagnandola con la sacrosanta denuncia di una situazione indegna di uno stato di diritto democratico.










