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di Alessandro Barbera

La Stampa, 17 aprile 2023

Nel Def appena presentato la riduzione di 109 milioni in tre anni per “immigrazione e garanzia dei diritti”. Oggi la percentuale maggiore degli aiuti allo sviluppo è destinata all’emergenza dell’Ucraina in guerra. Il nuovo “piano Mattei” sarà pronto nel dettaglio a ottobre, in tempo per il summit intergovernativo Italia-Africa. “Ci stiamo lavorando ascoltando e coinvolgendo i paesi africani”, spiegava due giorni fa la premier da Addis Abeba. Di cosa si tratterà in concreto ancora non è chiaro. Le prime indicazioni appaiono contraddittorie: il governo taglierà i fondi della cooperazione allo sviluppo.

Per capire meglio il problema riavvolgiamo il nastro allo scorso 25 ottobre, giorno dell’insediamento di Giorgia Meloni alle Camere. “L’Italia deve farsi promotrice di un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane, anche per contrastare il dilagare del radicalismo islamista, soprattutto nell’area sub-sahariana. Ci piacerebbe recuperare il nostro ruolo strategico nel Mediterraneo”. Fin qui, una petizione di principio alla quale è difficile essere contrari.

Ma in cosa consistette il piano Mattei? Il manager, scelto dopo la fine della seconda guerra mondiale per liquidare l’Agip, si ribellò alle richieste della politica e la convinse a rilanciarla, trasformandola in quella che oggi è l’Eni. La sua intuizione fu quella di portare l’azienda nei Paesi di estrazione, aprire società paritetiche e superare la vecchia logica di sfruttamento coloniale. L’idea di Meloni sembra partire dallo stesso principio, nell’idea che una maggiore crescita nei Paesi poveri è la chiave per disinnescare la bomba migratoria. Può la politica farsi promotrice di un simile progetto? Sarà di nuovo l’Eni la protagonista di questo piano? Il rafforzamento degli acquisti di gas dall’Algeria per sopperire al taglio del metano russo può essere considerate parte di questa strategia? E si può considerare tutto questo parte di un progetto di crescita in Paesi in cui raramente i profitti delle società statali vanno a vantaggio degli ultimi? Per avere le risposta occorre solo attendere. Nel frattempo però il governo ha deciso il taglio dei fondi per i Paesi poveri. Per averne contezza occorre scorrere il Documento di economia e finanza appena presentato fino a pagina 146.

Le tavole 6.1 e 6.2 sono dedicate rispettivamente agli “obiettivi di risparmio dei ministeri” e “riduzioni di spesa per missioni” 2023-2025. La Farnesina si vedrà ridotti i fondi rispettivamente per 49,2 milioni quest’anno, 76 nel 2024, 94,9 nel 2025. Si tratta di una voce che comprende anche i costi di funzionamento del ministero, ma che investono anche la cooperazione. Nella tabella per missioni sono dettagliati anche i tagli a “immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti”: si tratta di 9,8 milioni quest’anno, 32,2 il prossimo, 67 nel 2025. Ridurre i fondi per l’accoglienza non è di per sé incoerente con un piano di sviluppo nei Paesi africani, ma non è certo un buon punto di partenza per il dialogo.

Secondo le elaborazioni di Openpolis fra il 2018 e il 2020 le risorse destinate dall’Italia alla cooperazione sono sempre scese, nel 2021 - l’ultimo dato certificato - erano lievemente risalite. Scrive il Def appena pubblicato sempre a proposito del 2021: “l’insieme dei flussi finanziari per i Paesi in via di sviluppo sono stati pari a 5,2 miliardi”, lo 0,29 per cento del reddito nazionale lordo (una sorta di indicatore netto della ricchezza del Paese, ndr). A contribuire all’aumento la cancellazione del debito della Somalia (520 milioni), l’aumento dei contributi del Tesoro a banche e fondi di sviluppo (673 milioni) e la crescita dei costi sostenuti dal ministero degli Interni per l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo (saliti da 200 a 470 milioni). Oggi la gran parte di questi fondi viene utilizzato per l’emergenza Ucraina: i dati del governo dicono che dall’inizio dell’attacco russo l’Italia ha speso 390 milioni di euro.

La tendenza non è solo italiana: l’Ocse - l’organizzazione che riunisce i trenta Paesi più ricchi - stima che l’anno scorso i suoi membri hanno destinato complessivamente agli aiuti allo sviluppo 204 miliardi di dollari, il 13 per cento in più del 2021. Molte organizzazioni non governative - fra cui Oxfam - sottolineano che l’aumento è stato sulla carta, perché 16 miliardi di dollari sono stati dedicati all’Ucraina. Ucraina a parte, scrive ancora il Def: “Il governo conferma l’intenzione di un allineamento degli aiuti allo sviluppo agli standard internazionali impegnandosi in un percorso di avvicinamento graduale all’obiettivo dello 0,70 per cento” fissato dall’Agenda 2030 dell’Onu. Per il momento però i fondi scenderanno. In attesa del Piano Mattei.