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di Michele Ainis


La Repubblica, 20 novembre 2019

 

A Lecce la giustizia è stata mite: dopo 9 anni, 2 condanne e 3 gradi di giudizio, un uomo è stato assolto per il tentato furto d'una melanzana in un campo coltivato. Più severa, viceversa, la procura di Salerno, che ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo 10 euro in più sulla sanzione decisa da un giudice di pace, dopo una condanna per minacce.

Gli stessi 10 euro che a Napoli sono costati il posto al dipendente d'un supermercato. Aveva rubato delle caramelle: licenziamento giustificato per il tribunale, la Corte d'Appello, la sezione Lavoro della Cassazione. E quanto vale una pigna? A Roma uno straniero è stato processato per averne raccolto, fra le erbacce, 22. Mentre a Milano hanno impegnato 5 anni, 18 magistrati e 6 gradi di giudizio per un piccione ucciso.

La giustizia è cieca, stando alla celebre incisione di Albrecht Durer. Ma in realtà acceca i politici italiani. Specie all'interno di questa strana maggioranza, dove ciascuno è in minoranza rispetto agli alleati. Capita, sulla giustizia, ai 5 Stelle. Oggetto del contendere: la prescrizione dei reati. Una ghigliottina che taglia 130 mila processi l'anno (un milione e mezzo nell'ultimo decennio). Altrettanti delitti senza castigo, avrebbe detto Dostoevskij. Tuttavia è un castigo pure la durata estenuante dei giudizi.

Secondo l'ultimo Rapporto Cepej - redatto dal Consiglio d'Europa - un processo civile dura in media 8 anni, un processo amministrativo 5. E la giustizia penale? 310 giorni in primo grado (la media europea è di 138), oltre 2 anni in appello. Nessuno peggio di noi in Europa, ma d'altronde nessuno ha sul groppone i numeri del nostro arretrato. Il ministero della Giustizia li ha diffusi un paio di settimane fa: 3.312.263 processi civili e 1.493.253 processi penali pendenti. Sono i numeri di un fallimento, di un'emergenza giuridica e sociale.

Però, coraggio: per arginarli la politica ha inventato la macchina del tempo. Da qui la riforma Orlando, timbrata nel 2017: la prescrizione viene sospesa dopo ogni sentenza, per un massimo di 36 mesi. Da qui la riforma Bonafede del 2019, che ha abrogato la riforma precedente: niente più prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia di condanna che d'assoluzione. E se un processo dura all'infinito?

Tutto sommato l'antico istituto della prescrizione vanta le sue buone ragioni, perché dopo tanto tempo la memoria dei reati cade nell'oblio, e perché diventa sempre più difficile procurarsene le prove. Inoltre, senza lo spauracchio della prescrizione, nessun giudice avrà più fretta di concludere i propri giudizi. Sicché la riforma Bonafede, concepita per soddisfare la domanda di giustizia delle vittime, a conti fatti può frustrarla. Come prima, più di prima. La soluzione? Sempre la stessa: prendere tempo.

La riforma Bonafede è stata differita al 2020, in attesa di un intervento strutturale sui processi. Siccome però di quest'intervento non si vede l'ombra, è già pronta una proposta di legge (firmata da Enrico Costa) per differire ulteriormente la nuova prescrizione: il rinvio del rinvio. Mentre gli altri tre partiti della maggioranza pretendono una legge che stabilisca i tempi massimi di durata dei processi: dalla prescrizione dei reati a quella dei giudizi.

C'è insomma, a quanto pare, una gran fiducia nelle leggi, nelle loro doti taumaturgiche. Ma i tempi della giustizia non dipendono dalla penna del legislatore; altrimenti basterebbe scrivere nella Gazzetta ufficiale che ogni italiano ha diritto di vivere in eterno, e avremmo conquistato il Paradiso.

Inoltre non si può curare un male (la lentezza dei processi) con un altro male (la prescrizione): ne ricaveremmo un doppio acciacco. In realtà questo punto è cruciale, nel senso che si situa al crocevia fra due valori costituzionali: la certezza delle pene e la ragionevole durata dei giudizi. Tuttavia, prima di baloccarci con una macchina del tempo processuale, faremmo meglio a esplorare rimedi più prosaici.

Per esempio l'assunzione dei 9.000 cancellieri che mancano all'appello. L'uso di buone pratiche organizzative, come ha fatto il tribunale di Milano, dimezzando la durata dei processi. E soprattutto un paio di forbici, per sfoltire i 35 mila reati che affollano il nostro ordinamento, causando incertezze sulle ragioni e i torti, oltre che un'inflazione di liti in tribunale. Per guarire la giustizia italiana serve una legge in meno, non una legge in più.