sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giuseppe Crimaldi


Il Mattino, 25 ottobre 2019

 

Si scrive carcere e si legge inferno in terra. Le parole pronunciate ieri dal procuratore della Repubblica di Napoli Giovanni Melillo davanti alla Commissione parlamentare antimafia sulla situazione carceraria italiana fotografano perfettamente una situazione drammatica e esplosiva.

E se poi si puntano i riflettori su realtà come quella napoletana, allora si comprendono i motivi per i quali il nostro Paese continua a restare nel mirino della Corte europea dei diritti dell'uomo. Partiamo dunque dai numeri: i detenuti presenti nelle carceri italiane - il dato ufficiale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è aggiornato allo scorso settembre - sono 60.881. Con queste cifre ci si riempirebbe l'intero Stadio Olimpico di Roma.

Il tasso di affollamento ufficiale sfiora ormai un incremento del 120 per cento Sebbene siano calati i reati, nelle strutture carcerarie nazionali si registra qualcosa come diecimila reclusi in più. Il paradosso è che a fronte di una generalizzata diminuzione dei reati su tutto il territorio nazionale, le celle dei penitenziari continuano a gonfiarsi.

Sovraffollate, talvolta ai limiti del disumano e fatiscenti: questo è lo stato delle 231 carceri (divise in case di reclusione, circondariali, di sicurezza e mandamentali). I dati dello sfascio sono ben noti a tutti dal ministero della Giustizia ai vari osservatori per i diritti dei detenuti. In queste condizioni la convivenza tra detenuti crea non pochi problemi interni: non a caso sono in aumento le risse, gli scontri tra interi gruppi di provenienza geografica (e criminale), ma anchei suicidi. A dover fronteggiare queste quotidiane emergenze ci sono gli agenti della Polizia penitenziaria, spesso sotto organico e con un personale che ha un'età media di 40-50 anni.

In termini numerici la regione che conta più detenuti è la Lombardia (8.610), seguita a ruota da Campania (7.844), Lazio (6.528) e Sicilia (6.509). Mentre quella dove il tasso di affollamento è maggiore è la Puglia (160,5%), seguita dalla Lombardia (138,9%). Le uniche regioni virtuose sono la Sardegna e le Marche.

A far crescere esponenzialenete il numero dei reclusi ci pensano gli stranieri. La componente di nuovi detenuti non italiani è pari a circa il 35 per cento del totale. Ma i numeri, mai come in questi casi, vanno letti con attenzione e soprattutto contestualizzati realtà per realtà. Altrimenti non si spiegherebbe come la casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, continua a detenere il triste primato del sovraffollamento. E allora diamo uno sguardo ai "posti letto": a Poggioreale sono alloggiati in media dai 500 agli 800 detenuti in più di quelli che l'istituto potrebbe contenere (dipende dai periodi); e non va meglio anche nella seconda struttura partenopea, il penitenziario di Secondigliano, dove pure si segnalano presenze in esubero rispetto alla capienza ordinaria che sfiorano le 400-500 unità.

E allora restiamo su Napoli. Recentemente si sono verificati alcuni casi gravi, che denotano tra l'altro anche quanto complessa sia la macchina dell'organizzazione interna e delicato il lavoro della Penitenziaria. All'inizio di ottobre una quarantina di reclusi - in maggioranza napoletani - rifiutarono di tornare in cella dopo l'ora d'aria, barricandosi in un cortile per protestare contro la qualità del vitto e dell'assenza di segnale della pay tv che viene loro offerta dalla Curia di Napoli.

La protesta duò oltre un'ora. Qualche settimana prima accadde anche di peggio: due gruppi di reclusi, il primo composto da algerini e il secondo da italiani, tentò di scatenare una violentissima rissa (con tanto di spranghe e oggetti contundenti) evitata per un soffio solo grazie all'immediato intervento dei "baschi blu". Clamorosa fu poi l'evasione da Poggioreale - avvenuta l'ultima domenica di agosto - di Robert Lisowski, un 37enne polacco detenuto dal cinque dicembre in una cella del padiglione "Milano" in attesa di giudizio.

L'uomo riuscì a eludere tutti i controlli sgattaiolando sui tetti da un fibnestrone, subito dopo la messa celebrata nella chiesa interna alla struttura. Lisowski usè il più tradizionale dei metodi: annodò alcune lenzuola, che poi utilizzò per calarsi lungo l'alto muraglione di cnta del carcere. Venne catturato due giorni dopo, perché nella discesa si fratturò la caviglia.