di Rinaldo Romanelli*
Il Dubbio, 12 agosto 2026
I reati che più incidono sulla percezione della sicurezza diminuiscono da decenni, prima dell’intelligenza artificiale e indipendentemente dalle ultime campagne securitarie. In Italia gli omicidi volontari sono passati dai 1.916 del 1991 ai 286 del 2025; diminuiscono anche furti, rapine e vittimizzazione predatoria. Dagli anni Novanta il cosiddetto crime drop ha interessato gran parte dell’Europa, il Nord America e l’Australasia. Eppure, mentre la società diventa meno violenta, il legislatore moltiplica i reati, aumenta le pene e prepara la raccolta preventiva dei dati biometrici di persone non sospettate. La spiegazione più comoda è che i reati siano diminuiti grazie alla maggiore severità.
Ma la migliore ricerca internazionale non la conferma. Daniel S. Nagin, professore alla Carnegie Mellon University, membro della National Academy of Sciences e tra i massimi studiosi mondiali della deterrenza, nel 2013 ha pubblicato sull’Annual Review of Economics una delle più autorevoli revisioni della letteratura sul tema. La conclusione è che l’inasprimento di pene già elevate produce effetti deterrenti limitati. Conta maggiormente la probabilità percepita dell’accertamento, ma questa è una constatazione empirica, non un’autorizzazione a sorvegliare chiunque.
Nel 2014 le National Academies of Sciences degli Stati Uniti hanno pubblicato il rapporto The Growth of Incarceration in the United States, una revisione multidisciplinare della migliore letteratura disponibile. Anche qui la conclusione è prudente: non emergono prove convincenti che il forte aumento della detenzione abbia determinato una corrispondente riduzione della criminalità, mentre risultano documentati gli effetti sociali negativi dell’incarcerazione di massa. Ancora più significativo è il confronto internazionale.
Tapio Lappi-Seppälä, professore emerito dell’Università di Helsinki e tra i maggiori studiosi europei di politica criminale comparata, ha ricordato nel 2026, sulla rivista scientifica Crime and Justice, che i paesi nordici hanno conosciuto una marcata diminuzione della criminalità pur mantenendo politiche penali relativamente miti, bassi tassi di detenzione e sistemi di welfare molto sviluppati. Se la stessa tendenza attraversa ordinamenti profondamente diversi, difficilmente può essere spiegata con la sola severità della risposta penale.
Anche Graham Farrell, professore di Crime Science all’Università di Leeds, Nick Tilley dell’University College London e Andromachi Tseloni della Nottingham Trent University, nel volume “Why the Crime Drop?” pubblicato nel 2014 su Crime and Justice, attribuiscono il fenomeno soprattutto alla riduzione delle opportunità criminali: automobili più sicure, migliori serrature, minore circolazione del contante, maggiore tracciabilità dei beni. Proteggere una cosa, però, non significa schedare una popolazione. Un immobilizzatore impedisce di rubare un’automobile; il riconoscimento facciale preventivo trasforma ogni passante in un dato disponibile per il potere pubblico.
Nessuna ricerca seria riduce il crime drop a una sola causa. Contano l’invecchiamento della popolazione, l’istruzione, la coesione delle comunità, il lavoro, il welfare e la riduzione dell’esclusione. Non perché povertà e disoccupazione portino automaticamente a delinquere: la grandissima parte delle persone povere non delinque. Ma una società che offre scuola, lavoro, casa, cura delle dipendenze, relazioni e partecipazione riduce le condizioni nelle quali una parte della criminalità nasce e si riproduce. E, dopo la condanna, evita che carcere, stigma ed espulsione dal lavoro trasformino un episodio in una carriera criminale.
Qui si fronteggiano due idee di sicurezza. La prima accumula fattispecie penali, anni di carcere, telecamere, archivi e identificazioni biometriche. La seconda costruisce le condizioni perché meno persone abbiano ragione, occasione o convenienza di vivere contro gli altri e perché chi ha commesso un reato possa non commetterne un altro. La prima promette una società nella quale nessuno sfugga allo Stato. La seconda una società nella quale il minor numero possibile di persone venga spinto fuori dalla comunità.
L’intelligenza artificiale rende oggi tecnicamente possibile osservare, identificare e conservare preventivamente il volto di cittadini innocenti. Occorre respingere l’equivoco secondo cui tutto ciò che aumenta la probabilità di scoprire un reato sia, per ciò solo, necessario e legittimo. Perquisire tutte le case aiuterebbe forse a trovare armi o refurtiva; intercettare ogni conversazione aiuterebbe a scoprire alcuni delitti. Lo Stato liberale esiste perché questi mezzi restino vietati.
Una democrazia liberale non può considerare ogni persona un dato da raccogliere, classificare e conservare in nome di un interesse generale definito dal potere. Una volta ammesso il principio che tutto ciò che aumenta l’efficacia preventiva è anche legittimo, non esisterà più un limite razionale alla sua estensione. Oggi il controllo serve a prevenire i reati; domani potrà orientare i comportamenti, premiare quelli ritenuti conformi all’interesse comune (deciso da chi?) e penalizzare quelli giudicati indesiderabili. È il passaggio dal cittadino alla funzione, dalla persona al dato, dallo Stato liberale a quello autoritario. Una società nella quale ogni comportamento è osservato e valutato può diventare più ordinata, ma non per questo accettabile. Dopo avere progressivamente sacrificato ogni libertà in nome della sicurezza, resterà ben poco da difendere.
*Segretario Ucpi










