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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 2 dicembre 2024

Il genocidio del 1994 fu riconosciuto e giudicato per la prima volta come crimine internazionale. I ricordi della magistrata Silvana Arbia, procuratrice del Tpir. Trent’anni fa, correva l’anno 1994, il genocidio consumatosi in Ruanda fu per la prima volta riconosciuto e giudicato come crimine internazionale. Non si è trattato, come ha più volte evidenziato Silvana Arbia, Prosecutor del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR), di una “calamità naturale, ma di una tragedia annunciata”. L’esperienza della magistrata, una delle giuriste del nostro Paese più apprezzate all’estero, è contenuta nel libro intitolato “Mentre il mondo stava a guardare” (Mondadori, Strade Blu).

La scelta di impegnarsi nel perseguire i responsabili del genocidio ruandese è stata per Arbia dettata dal desiderio di giustizia. Trent’anni fa un milione di persone, in maggioranza Tutsi di ogni età ed estrazione sociale, vennero massacrate a colpi di machete dagli Hutu, allora al potere. Nella primavera del 1994 il Ruanda è affogato nel sangue dei propri cittadini con la comunità internazionale impotente: spettatrice di crimini inenarrabili. Per quasi nove anni, fino al 2008, Silvana Arbia ha lavorato come Prosecutor e poi Chief of Prosecutions presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda.

La magistrata di origini lucane è stata anche Registrar (capo della Cancelleria) della Corte penale internazionale. Nel suo libro si condensano ricordi personali e professionali, legati ad alcune delle pagine più tristi della storia contemporanea; viene messo altresì in evidenza il cammino che la giustizia internazionale ha intrapreso per combattere i crimini contro l’umanità. Un percorso faticoso ma che ha portato significativi risultati La mattanza nel Paese africano ebbe inizio in una calda giornata primaverile. “Il ricordo d’obbligo sul piano umano e su quello professionale - racconta Silvana Arbia - è l’evento occorso nella sera del 6 aprile 1994, quando l’aereo che trasportava Juvénal Habyarimana, presidente del Ruanda, e Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi, fu abbattuto sopra Kigali, con l’avvio dell’esecuzione del piano genocidario che si opponeva a soluzioni di spartizione del potere prospettate negli Accordi di Arusha per porre fine al conflitto armato tra il Fronte Patriottico Ruandese e il governo ruandese.

Il 6 aprile 1994 è una data che, da un lato, mi unisce umanamente al popolo ruandese, che la ricorda ogni anno onorando le vittime e rafforzando l’impegno per un futuro di riconciliazione e di pace, da un altro lato, mi ricorda le tantissime volte che a quella data si è fatto riferimento nello svolgimento delle indagini, nelle aule del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, nelle testimonianze e negli atti processuali”.

Il 6 aprile 1994 ha segnato, dunque, una data spartiacque nella storia dell’umanità, ma anche per il diritto. “È l’inizio - commenta Arbia - dei cento giorni più atroci della storia moderna per i massacri di civili Tutsi e Hutu moderati. Secondo dati ufficiali, tra 800.000 e 1 milione di vittime, tasso quattro volte maggiore rispetto al culmine dell’Olocausto nazista, tenuto conto dell’entità della popolazione Tutsi presente all’epoca in Ruanda. E tutti i momenti vissuti tra il Ruanda e la Tanzania, al servizio della giustizia penale internazionale per quasi nove anni, sono per me, memoria preziosa che compensa gli enormi sforzi spesi, in solitudine, senza alcun sostegno e o riconoscimento del mio Paese, sostenuta da una forte determinazione di non lasciare impunito alcuno dei responsabili di quell’orrore.

Memoria in cui gli aspetti umani e quelli professionali si sono sempre intrecciati. Cercare prove, vagliarne l’attendibilità, riuscendo a controllare l’esplosione naturale dello sdegno e della compassione, con il rigore delle procedure e l’esigenza di salvaguardare la migliore qualità della prova, unico e indispensabile mezzo per sostenere le accuse.

Ma anche guidare investigatori e sostituti procuratori di diverse nazionalità e di diverse culture giuridiche con rispetto e con fermezza in vista dei risultati finali, formulare accuse, interpretando per la prima volta con entusiasmo per la novità, temperato dall’umiltà del giurista serio Convenzioni internazionali e lo scarno articolato dello Statuto istitutivo del Tpir, esaltarsi per il ruolo prestigioso che, tuttavia, costringeva a vivere in condizioni durissime, con pesanti limitazioni per ragioni di sicurezza, sono state le sfide quotidiane per affrontare le quali necessariamente si interagisce con altre persone”.