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di Roberto Saviano

Corriere della Sera, 9 gennaio 2023

Il Messico è il centro del mondo. È il centro del mondo osservandolo dalla prospettiva del narcotraffico, ossia l’unica economia comparabile a quella del petrolio. Nel 2021 i 13 membri dell’Opec hanno ricevuto entrate (ufficiali) per 561 miliardi di dollari; ebbene, il narcotraffico mondiale, secondo le stime del think tank Global Financial Integrity, gestisce proventi tra i 400 e i 600 miliardi di dollari annui. Queste cifre sono indicative, non tengono conto per il petrolio degli introiti non rendicontati e nel narcotraffico ci servono per mostrare una verità: le più grandi economie del mondo sono le più compromesse e le più disumane. Le più irraggiungibili e le meno monitorabili. L’economia del mondo cammina su queste gambe. Da un lato il petrolio, energia per i motori; dall’altra la droga, energia per i corpi. Produrre, produrre, produrre, e avvelenare, avvelenarsi, distruggere e distruggersi per profitto.

Soltanto i cartelli del Messico, secondo le stime analizzate recentemente dal Washington Post, gestirebbero un profitto di quasi 6-10 miliardi di dollari, ma considerando anche il volume di affari dei mercati sudamericani assoggettati ai narcos messicani, arriverebbe a oltre 30 miliardi. Eppure, la supremazia mondiale nel narcotraffico da parte del Messico è cosa relativamente recente: a partire dagli anni 90 il Messico ha progressivamente assunto questa centralità, spodestando la Colombia (che rimane, con Perù e Bolivia, il maggior paese produttore di coca). Come è stato possibile? Difficile sintetizzarlo in poche righe, ma proverò a descrivere la dinamica che ha portato i narcos messicani ad essere gli imperatori del narcotraffico. È chiamata “dinamica Amazon”. In breve, i cartelli e i Paesi che vincevano nel mercato mondiale delle droghe erano quelli che producevano e, quindi, distribuivano la merce. Inizialmente i cartelli colombiani producevano cocaina e la distribuivano personalmente o attraverso gruppi direttamente dipendenti da loro. Ma negli anni 80, le autorità americane intensificarono i controlli nei Caraibi nell’ambito della “war on drugs” e cominciarono a sequestrare i carichi provenienti dalla Colombia. Sempre di più, uno dopo l’altro, sempre più difficile arrivare inosservati via mare sulle coste della Florida.

Per far arrivare la coca negli Stati Uniti i narcos colombiani dovevano, quindi, trovare rotte alternative. E si rivolsero ai narcos messicani, che da anni trasportavano negli Stati Uniti la marijuana e l’eroina prodotta in Messico. Per loro si trattava solo di trasportare un nuovo prodotto, utilizzando le stesse rotte. All’inizio i narcos messicani si facevano pagare in contanti per il servizio, ma poi ebbero un’idea: farsi pagare in merce, in cocaina, che poi avrebbero messo loro stessi sul mercato. È così che i messicani da semplici corrieri diventarono distributori di cocaina. Non avevano la materia prima, ma rispetto ai colombiani avevano un vantaggio enorme: 3.145 chilometri di confine con il Paese che è il maggior consumatore di cocaina al mondo, gli Stati Uniti. Il distributore diventa più importante del produttore, chi distribuisce si compra chi produce. Metodo Amazon, ossia vale molto di più la qualità e accessibilità di chi distribuisce il prodotto rispetto a chi lo produce.

Ecco come i messicani in pochi anni sono diventati i padroni mondiali del traffico di coca. Responsabile di questo allargamento esponenziale è El Chapo Guzmán, storico leader del cartello di Sinaloa, che oggi sta scontando l’ergastolo in un carcere degli Stati Uniti, in Colorado, dopo essere stato condannato da una corte di Brooklyn nel 2019. El Chapo è lì, negli Stati Uniti, con la possibilità di potersi pentire e svelare l’incredibile intreccio di alleanze politiche e finanziarie internazionali che governano il narcotraffico. Per ora tace, purché il suo silenzio sia garanzia del potere del cartello. Che non è affatto in crisi, come si sarebbe portati a pensare.

L’arresto, avvenuto qualche giorno fa, di Ovidio Guzmán López “el Ratón”, il topo, uno dei dieci figli riconosciuti del Chapo Guzmán, in realtà è solo un inutile trofeo: quello che il governo messicano sta offrendo agli Stati Uniti (e al mondo) per mostrare il suo impegno nella guerra contro il narcotraffico. Non a caso, l’arresto è avvenuto a pochi giorni dalla visita ufficiale in Messico del presidente degli Usa, Joe Biden, e del premier canadese, Justin Trudeau, per il vertice delle Americhe. Sulla testa del “Ratón” gli Stati Uniti avevano messo una taglia da 5 milioni di dollari. Ma nonostante fosse uno dei maggiori ricercati del Messico, Ovidio non è mai stato considerato il vero erede del Chapo nel narcotraffico. Nulla, come sostengono importanti osservatori messicani, cambierà nell’assetto del cartello con l’arresto di Ovidio “el Ratón”.

Insieme ai suoi fratelli Ivan Archivaldo, Jesús Alfredo e Joaquín “el Güero” fa parte dei “Chapitos”, ossia il gruppo di figli del boss che governa un’ala del cartello di Sinaloa, all’interno del quale dopo il suo arresto sono emerse diverse fazioni, mentre una parte rimane salda sotto la guida del Mayo Zambada. Ovidio è considerato il più debole dei Chapitos, eppure il suo arresto è stato sbandierato come un colpo durissimo inferto al cartello. Il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador ha un precedente ambiguo nei confronti del potere dei cartelli, nella primavera del 2020 sul web si diffuse un video di un evento organizzato a Badiraguato, città natale della famiglia Guzmán: nel video si vedeva il presidente messicano salutare rispettosamente l’anziana madre del Chapo, Maria Consuela Loera Perez, per poi dirle: “Ho ricevuto la tua lettera”. Il presidente veniva poi avvicinato dall’avvocato del narcotrafficante.

López Obrador ha portato avanti una politica di non-conflitto aperto con l’economia del narcotraffico in una dinamica diffusa in molti Stati, si reprime il segmento militare e si lascia prosperare il segmento economico delle organizzazioni. “El Ratón” era già stato arrestato nel 2019, ma il giorno successivo era stato rilasciato dopo che un gruppo di sicari del cartello di Sinaloa aveva assaltato e preso in ostaggio membri delle forze dell’ordine. Ora nel Sinaloa assistiamo alla stessa reazione violenta da parte di membri del cartello e proteste anche da parte di semplici simpatizzanti, che sanno che toccare il narcotraffico significa toccare l’economia, i salari, la sicurezza.

In un video diffuso su Twitter si vedono bambini di 8-10 anni armati di mitra messi e pronti a combattere a fianco del cartello di Sinaloa a Culiacán. I narconiños sono una delle forze dei cartelli, i più spietati, i più fedeli, i meno esposti al tradimento. Uccidono e tornano a dormire nella stanzetta accanto al letto dei genitori. Toccare un chapito può significare anche aprire fronti di guerra interni all’organizzazione criminale, che si ripercuotono inevitabilmente sulle strade. Ma per ora il cartello può stare tranquillo: un giudice federale ha già congelato l’estradizione di Ovidio, accogliendo un ricorso dei suoi avvocati; resterà in carcerazione preventiva (ma con la possibilità di sentire i familiari) per 60 giorni, durante i quali gli Stati Uniti dovranno formalizzare la richiesta di estradizione presentando la documentazione necessaria.

E la rivolta di Sinaloa aveva questo fine: rendere impossibile la vita quotidiana delle città dominate dai cartelli fino a un segnale di rassicurazione. Ad oggi ci sono stati 29 morti per gli scontri dopo l’arresto del figlio del boss. Ovidio attualmente è nel carcere El Altiplano, lo stesso da cui El Chapo era evaso nel 2015 fuggendo in sella ad una moto montata su binari, attraverso un tunnel sotterraneo scavato sotto la sua cella. Come tutti i sovrani - e lui è un narcosovrano - El Chapo ha cercato di costruire una dinastia più estesa possibile. Dalla prima moglie, Alejandrina María Salazar Hernández, con cui si sposò nel 1977 ebbe quattro figli:

- Alejandrina Gisselle, che da imprenditrice nel settore dell’abbigliamento ha lanciato una linea di vestiti chiamata “El Chapo 701”. Nel 2020, durante la pandemia da Covid-19, fece notizia perché si mise a distribuire generi di prima necessità alle persone in difficoltà. Alejandrina è moglie di Edgar Cazares, sposato il 25 gennaio 2020 nella cattedrale di Culiacán, blindata e chiusa al pubblico per l’occasione, con una cerimonia lussuosa e cantanti famosi di musica norteña, per mostrare al mondo che la famiglia Guzman era ancora parte dell’élite messicana. Edgar Cazares è figura importante nello scacchiere dei narcos: nipote di Blanca Margarita Cazares Salazar “La Emperatriz”, nota al Dipartimento del Tesoro americano per essere una sofisticata riciclatrice di denaro sporco per i cartelli messicani.

- César, il figlio che non ha voluto metter mano al narcotraffico per poi gestire con la sorella Alejandrina la linea di moda “El Chapo 701”.

- Iván Archivaldo “El Chapito”, classe 1983, il vero erede di suo padre. È il figlio che conta. Ricercato dalla Dea dal 2018, sulla sua testa pende una taglia da 5 milioni di dollari. La sua parola è la parola del padre.

- Jesús Alfredo è l’altro figlio che conta. Insieme a Ivan, Joaquin e Ovidio è parte del gruppo Chapitos. Anche lui ricercato dalla Dea dal 2018, sulla sua testa pende una taglia da 5 milioni di dollari.

Nel 1980 El Chapo sposò Griselda López Pérez, con cui ebbe altri 4 figli:

- Joaquín “El Güero” o “Güero Moreno”, di cui si sa pochissimo. È certo che appartiene ai Chapitos, è ricercato e sulla sua testa pende una taglia da 5 milioni di dollari.

- Édgar, ucciso nel 2008, l’unico figlio ammazzato del Chapo.

- Ovidio “el Ratón”, arrestato il 5 gennaio. Era già arrestato nel 2019, il giorno successivo era stato rilasciato dopo che un gruppo di sicari del cartello di Sinaloa aveva assaltato e preso in ostaggio membri delle forze dell’ordine; anche dopo quest’ultimo arresto, uomini armati hanno messo a ferro e fuoco tutto il Sinaloa come risposta alla cattura del figlio del Chapo.

- Griselda Guadalupe

Dall’ultimo matrimonio, quello con Emma Coronel Aispuro (condannata nel 2021 a 3 anni di reclusione per narcotraffico in Usa, dopo essersi dichiarata colpevole di aver aiutato il Chapo a far entrare droga negli Stati Uniti), ha avuto nel 2011 due gemelle, entrambe - per ironia della sorte - cittadine americane:

- María Joaquína

- Emali Guadalupe

Fino a qui, i 10 figli riconosciuti del Chapo. Alcune fonti, tuttavia, sostengono che prima di Emma Coronel, alla fine degli anni 80, il boss si sposò con Estela Peña, un’impiegata di banca che incontrò quando aveva 30 anni. Guzmán provò a conquistarla in tutti i modi, ma lei rifiutò a lungo le sue avances. Amareggiato, la rapì e la violentò in un hotel di lusso di Puerto Vallarta. Tre mesi dopo si sarebbero sposati e dalla loro relazione sarebbero nati:

- Desiré

- Diego

Alla fine del 2015 la rivista messicana Proceso rivelò che, secondo le carte raccolte, Joaquin “El Chapo” Guzmán avrebbe avuto 18 figli da 7 donne diverse. La dinastia del Chapo non si estinguerà mai si trasformerà in una infinita e mimetica confluenza con il potere politico e finanziario: la cocaina, la marijuana, l’eroina, la metanfetamina sono i beni che l’azienda dei cartelli pompa nel mercato americano ed europeo, sono la benzina dei corpi e fin quando i governi non si accorderanno in una nuova strategia di contrasto fondata sulla legalizzazione rendendosi conto che in 50 anni la guerra alla droga ha solo diffuso il potere del narcotraffico, nulla cambierà anzi cambierà solo la testa sulla quale sarà posta di volta in volta la corona al nuovo boss.