di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 21 agosto 2022
Le conclusioni della Comisión de la Verdad voluta dal presidente López Obrador: nella strage del 2014 furono coinvolte autorità pubbliche “a tutti i livelli”. Un “crimine di Stato”. Così, in tre parole, la Commissione per la Verità e l’Accesso alla Giustizia, voluta tre anni e mezzo fa dal presidente Andrés Manuel López Obrador, definisce la scomparsa dei 43 studenti della scuola normale Isidro Burgos di Ayotzinapa avvenuta il 26 settembre del 2014 a Iguala. Una conclusione drastica e finalmente chiara nel pozzo di menzogne e depistaggi che hanno scandito questo giallo infinito. Decisi a impossessarsi, come ogni anno, di cinque bus con cui andare alla manifestazione che commemorava la strage di Tlatelolco del 2 ottobre del 1968, gli studenti di questo piccolo centro dello Stato di Guerrero vennero inseguiti, bloccati, feriti da un dispiegamento eccezionale di forze dell’ordine e quindi fatti sparire in circostanze misteriose.
Le indagini ufficiali stabilirono che i ragazzi erano stati consegnati dalla polizia locale al Cartello dei Guerreros Unidos e da questi sommariamente uccisi con un colpo di pistola alla nuca e infine bruciati in un grande falò allestito nella discarica comunale tra i boschi di Iguala. Una versione di comodo che puntava a far tacere l’enorme impatto, anche internazionale, provocato dalla vicenda. Per sostenerla la Procura generale, con l’appoggio dell’allora presidente Enrique Peña Nieto, fornì il video con la confessione di tre balordi dei Guerreros che ammettevano di aver fatto fuori e poi bruciato i 43 studenti con i resti ridotti in cenere versati nelle acque del fiume che scorre vicino alla discarica. I familiari non hanno mai creduto a questa tesi che nel giro di pochi mesi si è rivelata una vera bufala.
Subissato dalle critiche e dal coinvolgimento attivo di interi apparati militari dello Stato, il governo ha acconsentito alla formazione di una Commissione internazionale di esperti che ha lavorato per due anni raggiungendo conclusioni opposte: la notte tra il 25 e il 26 settembre del 2014 ci fu una vera caccia all’uomo con la partecipazione di diverse polizie, fanti della Marina, soldati dell’Esercito, uomini e apparati dell’intelligence. I 43 studenti bloccati e fatti scendere dai bus intercettati furono fatti sparire e di loro non si è saputo più nulla. Una volta eletto, Amlo - come è conosciuto l’attuale presidente - si impegnò a riaprire le indagini e ai familiari promise di trovare la verità sul destino dei loro figli e nipoti. Mise in piedi una Commissione che adesso è arrivata a stabilire che si trattò di un “crimine di Stato”.
“La scomparsa dei 43 studenti”, ha spiegato il sottosegretario per i Diritti Umani, Alejandro Encinas, “ha costituito un crimine di Stato a cui hanno partecipato membri del gruppo criminale Guerreros Unidos e agenti di varie istituzioni dello Stato messicano. Sono state coinvolte autorità a tutti i livelli”, ha aggiunto, riferendosi alla polizia di Iguala e della vicina Cocula, complici del Cartello di narcos del posto. Encinas ha avuto parole dure nei confronti di chi ha indagato. “Le autorità federali e statali di altissimo livello sono state negligenti, hanno alterato fatti e circostanze” per stabilire una conclusione “estranea alla verità”.
La Commissione non è tuttavia riuscita a capire dove siano finiti gli studenti. I vari tentativi di fissare la loro presenza nella discarica sono stati smontati e considerati depistaggi. Le indagini svolte dalla Commissione hanno dimostrato che i ragazzi sono stati divisi in gruppi appena bloccati con gli autobus ed è stato escluso che fossero insieme nella discarica. I resti di tre vittime, dei quali solo due riscontrati con il Dna, ritrovati sul bordo del fiume del posto, possono confermare che sono stati uccisi e bruciati come sostenuto. Ma solo questi mentre di tutti gli altri ancora oggi si fatica a capire dove sono finiti. Davvero scarse le possibilità che siano ancora vivi. “Le azioni, le omissioni e la partecipazione di autorità federali e statali”, accusa ancora Encinas, “hanno consentito la scomparsa e l’esecuzione degli studenti”.
Una verità amara che resta una mezza verità. Manca il movente. Potrebbe spiegare perché tutte le polizie, l’Esercito, la Marina, l’intelligence del Messico si mobilitarono quella notte per bloccare un gruppo di studenti deciso ad andare a una manifestazione che si teneva ogni anno, con le modalità di sempre, impossessandosi degli autobus pubblici per risparmiare sul biglietto. Un dispiegamento inusuale, con gli inseguimenti sull’autostrada, gli uomini piazzati sui cavalcavia che si misero a sparare all’impazzata sui mezzi, la folle corsa a piedi, i ragazzi fatti scendere, trasferiti su camion, alcuni consegnati a una gang di narcotrafficanti. E poi la farsa del grande falò che bruciò fino al giorno dopo, le fiamme che nessuno aveva visto, i resti fatti trovare sul posto, la conferenza stampa che annunciava la conclusione delle indagini, la tesi preconfezionata con tanto di confessione videoregistrata dei presunti autori della mattanza a cui non credeva nessuno. I depistaggi, le omissioni, la diffusa omertà.
Tutto questo perché? La Commissione internazionale di esperti già due anni fa suggerì un’ipotesi. È il movente. Ci sono molti elementi di prova che la sostengono, assieme a voci concordanti: a bordo di uno dei bus presi dagli studenti c’era un carico di 50 chili di eroina destinati al mercato di Chicago. La compagnia di trasporto serviva quella tratta due volte la settimana. Il carico apparteneva al Cartello di Sinaloa e probabilmente Guerreros Unidos era incaricato di farlo arrivare a destinazione. El Chapo non era disposto a perderlo. Qualcuno avrebbe pagato per quello sgarro. Ci hanno rimesso i 43 studenti di Ayotzinapa. Non sapevano nulla della droga nascosta a bordo. A loro servivano solo gli autobus. Dovevano essere fermati a tutti i costi.









