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di Daniele Mastrogiacomo

La Repubblica, 29 settembre 2022

Dopo depistaggi e minacce, emerge il vero motivo del misterioso massacro del 2014: un carico di droga nascosto dai narcos nell’autobus su cui viaggiavano gli ignari ragazzi. Lo sostiene la commissione incaricata dal governo. Dietro le bugie esercito, polizia e magistrati.

Un carico di eroina. Trenta chili, forse 50. E una montagna di soldi. Lo aveva adombrato nel 2015 la Commissione internazionale di esperti forensi e giuristi della Iachr, la Corte Interamericana dei Diritti Umani. Lo sostiene adesso la Commissione per la Verità e l’accesso alla Giustizia (Cova) creata dal governo di Andrés Manuel López Obrador sin dalla sua elezione nel 2018. Sarebbe questo il movente di un mistero che l’ultimo rapporto dell’organismo messicano definisce senza mezzi termini un “crimine di Stato”: l’inseguimento, il fermo, l’arresto e la scomparsa di 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, borgo contadino della città di Iguala, Stato di Guerrero, sudovest del Messico.

Otto anni di bugie - Ci sono voluti 8 anni per sollevare il velo omertoso, pieno di bugie e depistaggi avallati anche dai più alti vertici delle Istituzioni, compreso l’allora presidente Enrique Peña Nieto, per tracciare una prima verità su un caso che ha scosso il mondo e su cui decine di famiglie hanno continuato a lottare per chiedere giustizia. Ma soprattutto placare l’angoscia che le tiene inchiodate alla speranza di saperli ancora in vita.

Arresti eccellenti - Un giallo infinito. La vergognosa montatura di una tragedia che polizia, autorità politiche, esercito, magistratura hanno cercato di liquidare come un regolamento di conti tra Cartelli rivali. Ma che invece indica intrecci e connivenze tra narcotraffico e istituzioni: l’esempio più eclatante di una realtà che tutti conoscono e tutti fanno finta di ignorare. L’inchiesta avviata dalla magistratura ha portato a oltre 150 arresti. Settanta restano ancora in carcere. Ci sono tutti: poliziotti, soldati, ufficiali, giudici, sindaci, criminali, narcotrafficanti. Con alcuni detenuti eccellenti: l’ex Procuratore generale, l’ex segretario alla Sicurezza, un ex generale dell’esercito in pensione che la sera della strage comandava la 35° Zona Militare, quella di Guerrero. Lo chiamano, a ragione, “il generale della notte di Iguala”. È accusato di aver fatto uccidere 6 dei 43 studenti fermati due giorni dopo la loro scomparsa. Padri e madri li cercavano, mentre le autorità li davano per morti. In realtà erano ancora vivi.

Cosa accadde il 26 settembre 2014 - Poco dopo le 17 del 26 settembre 2014 oltre 100 studenti della Raúl Isidro Burgos, un istituto che alleva i futuri professori delle medie superiori, si radunano sotto scuola per fare quello che fanno ogni anno. Impossessarsi degli autobus di trasporto pubblico e andare a Città del Messico per partecipare alla manifestazione che commemora la strage studentesca di Tlatelolco avvenuta nel 1968. Potevano concentrarsi nel vicino comune di Chilpancingo. Scelgono Ayotzinapa per aggirare la polizia con cui, anche in passato, si sono spesso scontrati. Sono considerati dei “rossi”, combattivi, rivoluzionari. Hanno dato filo da torcere alle autorità con i loro scioperi e le loro rivendicazioni. Ma sono decisi, ostinati figli di contadini. Poveri. Non hanno i soldi per il biglietto.

Arrivano al deposito e dopo qualche spintone con i custodi si impossessano di cinque bus. Tre vanno verso nord, due a sud. I primi sfiorano il comizio elettorale che la moglie del sindaco sta tenendo in vista del voto. Ma lo evitano. A loro non interessa, hanno un altro obiettivo. Poco prima dell’imbocco dell’autostrada trovano un blocco. Ci sono cinque furgoni carichi di agenti della polizia locale, provinciale e persino federale. Vengono investiti da una pioggia di proiettili. Uno studente, Aldo Gutiérrez, è colpito alla testa che lo lascia in coma. Molti sono feriti. Venti sono fermati e portati via. Gli altri due bus riescono ad uscire dalla città ma davanti al Palazzo di Giustizia subiscono un assalto. Sono crivellati di colpi. Per farli scendere i poliziotti lanciano all’interno del mezzo delle bombe lacrimogene. Una quindicina è presa, gli altri fuggono tra le viuzze della periferia. Uno dei pochi che ha ancora il cellulare con i soldi chatta alla madre: “Ci vogliono ammazzare”. Chiamano amici e altri studenti, organizzano una conferenza stampa che viene di nuovo assaltata dalle forze dell’ordine.

Ormai è il caos. Il terrore si fa strada in piena notte. Ci sono già tre studenti morti, gli altri cercano scampo dove possono. Gli altri tre bus continuano ad essere bersagliati di colpi. Cecchini sparano dai cavalcavia, moriranno anche cinque persone a bordo di un taxi e di un’auto di passaggio raggiunti dai proiettili. Solo all’alba si placa la vera guerra ingaggiata da un apparato militare abnorme, compreso l’esercito e i servizi segreti. Tutti cercano chi manca all’appello e tutti si rivolgono alla polizia che farfuglia qualche scusa ma dice di non sapere nulla.

La tesi ufficiale - Quaranta giorni dopo, la svolta. Il 7 novembre il pm Murillo Karam si presenta davanti ai media e dice che i 43 studenti scomparsi sono stati consegnati dalla polizia locale agli uomini del Cartello Guerreros Unidos. Affiancato da uno stuolo di investigatori mostra un video nel quale tre sicari del gruppo confessano il misfatto: li hanno portati a bordo di alcuni camion nella discarica vicina di Cocula e qui si sono liberati dei corpi con un grande falò. Sono stati bruciati e i resti calcinati gettati in sacchi nel San Juan, il fiume che scorre a fianco. Grande clamore sulla stampa mondiale, orrore per una fine che mette all’angolo il Messico di Peña Nieto. Il presidente tace ma fa sapere che sostiene la versione. Per mesi, quasi due anni, solo i parenti dei ragazzi si sgolano dicendo che si tratta di una montatura. Spiegano che per bruciare tanti corpi il falò della morte avrebbe dovuto ardere per due giorni e che nessuno ha notato alcuna fiamma nella discarica. Ogni tesi diversa da quella ufficiale viene smontata, ogni protesta trattata come comprensibile reazione di parenti che non si rassegnano alla realtà.

Il lavoro della Commissione - Viene incaricata una Commissione internazionale che lavora, tra mille difficoltà e boicottaggi, e conclude smantellando la tesi governativa. I tre sicari denunciano di essere stati torturati per ammettere qualcosa che non hanno fatto. Resta il dubbio che sanno più di quello che dicono di ignorare. Ma solo nel 2018, con l’elezione di Andrés Manuel López Obrador, il caso Ayotzinapa riesce a farsi largo tra i depistaggi. Una Commissione governativa approda alle stesse conclusioni di quella dei periti internazionali. Il rapporto di 400 pagine ripercorre nel dettaglio la notte del 26 settembre. Non ci sono tracce degli studenti nella discarica di Iguala; solo un frammento di osso, grazie al dna, identifica un ragazzo: ma è rinvenuto a un chilometro dalla presunta pira. Qualcuno lo ha messo sul posto. Un burrone vicino a La Carniceria, un vecchio mattatoio. Nessuno parla, confessa, ammette. Crescono le incongruenze, le contraddizioni. Ma un muro granitico di menzogne si oppone all’evidenza delle nuove indagini.

Cambiano gli inquirenti, vengono arrestati il sindaco e la moglie di Iguala nel frattempo fuggiti. L’aria si fa pesante. La verità sta emergendo e chi può scappa, ricatta, minaccia, nel silenzio di un imbarazzo sempre più forte. Due mesi fa l’arresto più clamoroso: l’ex procuratore generale Jesús Murillo. Una settimana dopo, altra picconata alla barriera di bugie: finisce in manette l’ex generale Alejandro Saavedra Hernández. Nel 2014 comandava l’esercito a Iguala. Sa quello che è accaduto. Era collegato in diretta con chi operava sul campo. Ha forti protezioni ma il clamore della nuova svolta ha costretto la magistratura a metterlo in carcere. Una settimana dopo l’emissione di un ordine di cattura che nessuno osava applicare.

Grazie alle intercettazioni della Dea a Chicago si è aggiunto l’ultimo tassello alla verità di questa orrenda strage. I 43 studenti di Ayotzinapa sono stati fatti fuori, un po’ dai Guerreros Unidos, un po’ dalla polizia e dai militari perché avevano preso l’autobus sbagliato. Il quinto, quello fatto sparire dalle carte ufficiali che parlavano solo di 4 mezzi. Nascosto in un sottofondo c’era il carico di eroina destinato proprio al mercato nel nord degli Usa. Si dice che appartenesse al Chapo Guzmán. Perderlo significava subire la ritorsione del boss del Cartello di Sinaloa, l’allora re della cocaina nel mondo che non disdegnava trafficare anche eroina. Lo chiedeva il mercato americano. Guerrero è sempre stato lo snodo per il traffico di droga verso gli Stati Uniti. Per sfuggire all’affronto, tutti si sono imposti il silenzio. Con la complicità di ogni apparato. Il caso andava chiuso. A pagare dovevano essere solo 43 studenti ignari di tutto. Sedevano sopra un tesoro trasformato nella bomba che li ha uccisi.