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di Daniele Mastrogiacomo


La Repubblica, 11 settembre 2020

 

Julio Valdivia, 44 anni, negli ultimi mesi aveva seguito le proteste dei lavoratori nelle piantagioni di canna da zucchero che coprono a distesa la regione. È il terzo collega vittima dall'inizio dell'anno.

Lo hanno trovato sul ciglio di una stradina che costeggia la linea ferroviaria. Un fagotto informe, piegato su sé stesso, il corpo segnato da ematomi, ferite e tagli. Con un dettaglio che ha fatto orrore: aveva la testa staccata dal corpo. Decapitato. Julio Valdivia, 44 anni, è l'ultimo giornalista assassinato in Messico. Dal 2014 lavorava per il Diario El Mundo di Corbóba, nello Stato di Veracruz. È il terzo collega rimasto vittima nel 2020 delle bande della criminalità che rendono il Messico un paese dove è impossibile fare informazione. Una quarta giornalista si è salvata per un soffio grazie all'intervento della sua scorta.

Per Valdivia è stato diverso. Era una preda facile per i suoi assassini. Lo conoscevano tutti, girava disarmato, non aveva motivi per proteggersi anche se sapeva che nelle sue corrispondenze e reportage toccava temi sensibili. Cartelli e traffico di droga a parte, negli ultimi mesi aveva coperto le proteste dei lavoratori nelle piantagioni di canna da zucchero che coprono a distesa la regione, le battaglia per l'acqua che le diverse siccità avevano reso un bene introvabile e prezioso. E poi ancora i furti di carburante che sono diventati una vera emergenza in tutto il Messico, tanto che lo stesso presidente Obrador li aveva messi in cima alle priorità nella sua nuova campagna per la legalità.

Julio Valdivia non aveva ricevuto minacce. Almeno, così sembra. Anche il suo direttore, Raúl Arroniz, è rimasto sorpreso da questo ennesimo, barbaro omicidio. "Siamo sconvolti per quello che è successo a Julio. Non ci risulta che fosse nel mirino della criminalità. È una perdita importante, anche sul piano professionale. Non si tirava mai indietro, perfino nelle situazioni più difficili e complicate. Un ottimo cronista".

Per dissimulare il suo assassinio, i killer hanno fatto trovare il corpo proprio a fianco la ferrovia. Volevano far credere che Julio fosse morto perché travolto da un treno che gli aveva tagliato la testa. Non è escluso che abbiano piazzato il cadavere proprio sulle rotaie facendo fare lo scempio al convoglio di passaggio. Ma è una circostanza che la Procura generale di Veracruz, titolare dell'inchiesta subito avviata, esclude. Le analisi dei periti forensi dimostrano invece che il cronista del Diario El Mundo è stato aggredito a Tezonapa, torturato e ucciso e poi portato a Motzorongo, un paese di 4 mila anime al confine con lo stato di Oaxaca. Piazzare la moto che usava il collega, di colore azzurro e con il logo del giornale, vicino al corpo è stato il tocco di questa macabra messinscena che non ha convinto nessuno.

Julio Valdivia paga il prezzo del suo lavoro: seguire la realtà sul campo e raccontarla ai lettori. Senza cedere ai ricatti, alle pressioni, alle minacce che adesso, i suoi amici, a voce bassa, senza dettagli, dicono che aveva ricevuto. Per trovare un barlume di verità e tentare di dare giustizia al collega bisognerebbe raccogliere informazioni tra i lavoratori delle piantagioni, indagare sui furti di benzina e il contrabbando di combustibile, individuare tra chi aveva interesse a speculare sull'acqua che manca in vaste zone del Messico. Business redditizi per chi comanda davvero e detta legge. È quasi scontato, commentano gli investigatori, che dietro questo omicidio ci sia la mano dei Cartelli locali. Sono loro a controllare i settori emergenti. Ma sarà difficile che si arrivi a una verità quantomeno processuale. Negli ultimi 20 anni, ricorda Articolo 19, l'associazione dei giornalisti che si batte per la sicurezza tra gli operatori dell'informazione, sono morti 134 colleghi. Solo per un pugno di questi sono stati trovati i sicari. Mai i mandanti.