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di Alessandro Fioroni

Il Dubbio, 23 marzo 2022

Un commando l’ha giustiziata mentre era a casa sua. Una vera e propria esecuzione a freddo, spietata e chirurgica. Nella notte tra sabato e domenica scorsa un commando armato, composto probabilmente tre uomini, ha fatto irruzione nella casa di Patricia Susana Rivera Reyes a Terrazas de la Presa, a Tijuana, e ha ucciso con un colpo alla testa l’avvocata 61enne impegnata nella difesa dei diritti degli indigeni della Baja California in Messico.

Un omicidio che da qualche giorno ha suscitato un’ondata di dolore e proteste nel paese centroamericano, la sua attività in favore delle comuinità più discriminate infatti era nota in tutto il Messico e la sua uccisione è stata collegata immediatamente ad alcune sue inchieste.

Evidentemente il lavoro di Patricia Rivera dava fastidio a qualcuno e molto, in Messico come d’altro canto in altri paesi del Latinoamerica le terre dei nativi sono oggetto di sfruttamento da parte delle multinazionali o dei governi per estrarre materie prime o per far passare impianti che trasportano gas o petrolio così come vengono espropriate per costruire dighe o altre infrastrutture. I terreni sono abitati dalle popolazioni indigene che rappresentano un argine alla devastazione ambientale e ai cambiamenti climatici, le comunità però vengono non di rado escluse da qualsiasi contrattazione e sfrattate brutalmente dai loro territori originari.

Eppure nel 2018 è stato firmato l’accordo di Escazu, da molti paesi tra cui Argentina, Messico e Brasile, che è entrato in vigore nell’aprile dello scorso anno.

Pochi giorni fa si è unito anche il Cile grazie alla decisione del nuovo presidente, entrato in carica, Gabriel Boric, il quale ha specificato che con l’accordo si mira a contribuire ‘ alla tutela del diritto di ogni persona, delle generazioni presenti e future, a vivere in un ambiente sano e allo sviluppo sostenibile’. In ballo ci sono l’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia, compresa la creazione di meccanismi per proteggere proprio i difensori dell’ambiente.

Tutte questioni delle quali, tramite l’appoggio fornito alle comunità della Baja California, si occupava Patricia Rivera. La sua morte, su cui è in corso un’indagine da parte delle autorità, ha gettato nello sgomento le organizzazioni messicane per la difesa dei diritti umani un ambiente nel quale Rivera era amata e apprezzata. Una delle collaboratrici più strette dell’avvocata, Diana Boudica, ha dichiarato di ‘ essere sotto choc’. Mónica González Portillo, leader indigena Cucapah, a nome del Consiglio nazionale per la prevenzione della discriminazione (Conapred) ha definito ‘una grande perdita’ la scomparsa di Rivera Reyes. Identico cordoglio da parte della Commissione statale per i diritti umani in Baja California (Cedhbc).

La Commissione ha chiesto però alle autorità di lavorare perchè sia fatta giustizia e individuare i responsabili del vile assassinio. In questo senso il difensore civico della Cedhbc, Miguel Ángel Mora Marrufo, ha richiesto un’istruttoria rapida riguardo l’omicidio sottolineando l’importanza di chiarire l’accaduto “dato che qualsiasi attacco ai difensori dei diritti umani è un affronto alla società”. L’avvocata infatti era anche una stimata accademica dell’Università autonoma della Baja California, la sua è stata una carriera che l’ha candidata a diventare nel corso degli anni una delle massime esperte della materia di cui si occupava.

Specializzata in Diritto Internazionale relativamente al rispetto dei Diritti Umani presso l’Università Carlos III, a Madrid, in seguito è stata consigliera dell’ufficio del procuratore del suo stato sempre per quanto riguardava le politiche di protezione umanitaria delle comunità indigene. L’uccisione di Patricia Rivera va ad aggiungersi agli altri 97 omicidi avvenuti da quando è diventato presidente Lopez Obrador, una strage che ha coinvolto diversi attivisti come, recentemente, José Baldenegro, anche lui difensore delle foreste, assassinato a Chihuahua.

Ma è tutto il Messico ad essere avvolto da anni in una spirale di violenze delle quali fanno le spese sia attivisti ma anche giornalisti, dallo scorso gennaio infatti sono stati freddati già otto reporter, uno ogni nove giorni. Tra le ultime vittime Marcos Islas, Lourdes Maldonado e Margarito Martinez, Roberto Toledo, Joè Gamboa. Per molti di loro l’esecuzione è stata ordinata da un politico corrotto o dalle organizzazioni criminali preoccupate per le notizie sulle loro attività illegali. Un massacro che proprio a Tijuana raggiunge il suo apice con 350 persone morte per mano di sicari dall’inizio dell’anno.