di Irene Carmina
La Repubblica, 16 giugno 2024
Il costoso macchinario nuovo di zecca è inutilizzato dal 2019. A denunciarlo in una nota il Garante regionale per i detenuti. Una Tac nuova di zecca, ancora imballata. È sistemata in un sottoscala del carcere di Messina, all’interno dei locali del Sai, il servizio di assistenza intensificato. Come un pacco regalo in attesa di essere aperto. Solo che sono passati cinque anni dalla data di consegna. Era il 2019 quando l’Asp di Messina l’ha fatta arrivare dall’ospedale di Patti. E da quel momento non si è smossa dal sottoscala. “È una vergogna - tuona Santi Consolo, Garante regionale dei detenuti - Stiamo parlando di un macchinario che costa una barca di soldi, il cui mancato utilizzo determina una gravissima compromissione del diritto alla salute dei detenuti”.
Una questione di cablaggio e di impianti elettrici: il problema è solo questo. “Basterebbe schermare la stanza e adeguare gli impianti”, dice Consolo che a gennaio aveva già segnalato la situazione al provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, al tribunale di sorveglianza di Messina e alla direttrice del carcere di Messina. Non è servito a niente. L’altro ieri l’ennesima nota, inviata da Pietro Valenti, dirigente dell’ufficio speciale regionale del garante dei diritti dei detenuti. Destinatari anche l’Asp di Messina e l’assessora alla Salute Giovanna Volo. “Spreco di denaro pubblico, lesione del diritto alla salute, responsabilità erariale: siamo davanti a una situazione gravissima che, seppur segnalata alle autorità competenti già da mesi, è ferma da cinque anni”, accusa Valenti.
“Ho poco da dire sull’argomento”, è la risposta secca della direttrice del carcere di Messina Angela Sciavicco, mentre l’Asp di Messina allarga le braccia e fa sapere che tutto quello che poteva fare l’ha fatto, consegnando tempestivamente il macchinario quando richiesto. La competenza, infatti, sarebbe del ministero della Giustizia. “Siamo davanti a un incredibile paradosso che temiamo possa aver comportato ingiustificabili ritardi nella diagnosi delle patologie dei detenuti, oltre che un inutile aggravio delle liste d’attesa dei presidi pubblici dell’Asp”, dice Consolo. La richiesta è chiara: non c’è più tempo da perdere. “Chiediamo - si legge nella nota - a tutte le autorità a vario titolo competenti, prima tra tutte l’amministrazione penitenziaria, di porre in essere quanto necessario affinché la popolazione detenuta possa finalmente avvalersi nel più breve tempo possibile di tale prezioso, quanto costoso, macchinario diagnostico”.
Il caso della Tac fantasma è stato oggetto di discussione anche durante l’incontro organizzato dal Comitato esistono diritti presieduto da Gaetano D’Amico sul “carcere visto da dentro”. C’era anche il garante dei detenuti di Palermo, Pino Apprendi: “Se per noi i tempi della sanità sono lunghi, per un detenuto sono infiniti. Sei mesi diventano 12 e tutto nell’inferno delle carceri diventa problematico, anche un semplice mal di pancia”. Per non parlare delle prenotazioni per interventi, che assomigliano a un terno al lotto. “Spesso saltano - accusa Apprendi - perché una volta manca il personale di scorta, impegnato in altre mansioni, una volta non arriva l’ambulanza”.
Eppure, la Costituzione parla chiaro: all’art 32 “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Un diritto che spetta ai detenuti come ai liberi cittadini, senza alcuna distinzione, e che non può essere compromesso né lasciato alla discrezionalità. Sulla carta, verrebbe da dire. “Perché - osserva il garante - è inutile girarci troppo intorno: in carcere, il diritto alla salute non è garantito. Anche chi entra perfettamente sano di mente dopo qualche settimana può andare fuori di testa e chi è ammalato spesso finisce per aggravarsi e resta lì a morire abbandonato dallo Stato e dalla Regione”.










