Il Dubbio, 21 maggio 2026
La famiglia del ventiseienne accusato del femminicidio di Sara Campanella denuncia presunte negligenze nella custodia. La morte di Stefano Argentino nel carcere di Messina Gazzi apre un nuovo fronte giudiziario e umano attorno alla tutela dei detenuti fragili. Il ventiseienne di Noto, accusato del femminicidio della studentessa Sara Campanella, avvenuto il 31 marzo 2025, si è tolto la vita mentre era ristretto in istituto. Sul decesso la Procura ha aperto un’inchiesta per omissione in atti d’ufficio e morte come conseguenza di altro delitto, iscrivendo sette persone nel registro degli indagati e disponendo l’autopsia. A parlare è la madre, Daniela Santoro, che chiede verità sulle condizioni di custodia del figlio e sulle eventuali responsabilità di chi avrebbe dovuto proteggerlo.
“Mio figlio era sotto la custodia dello Stato” - “Mio figlio Stefano è morto mentre era sotto la custodia dello Stato. In Italia la pena di morte non esiste, ma a lui, nei fatti, è stata data. Chiediamo che venga fuori la verità”, afferma Daniela Santoro. La donna chiarisce che la richiesta della famiglia non intende in alcun modo giustificare il reato contestato al figlio. Il femminicidio di Sara Campanella, dice, resta un gesto “inspiegabile e ingiustificabile”. Ma proprio per questo, secondo i familiari, serviva un’attenzione maggiore alla fragilità psicologica di Argentino e alla sua collocazione in carcere. “Stefano era un soggetto fragile”, sostiene la madre. Dagli accertamenti sul cellulare, secondo quanto riferito dalla famiglia, sarebbe emerso che il giovane era già stato vittima di bullismo prima dei fatti per cui era detenuto.
Il nodo della perizia psichiatrica - La famiglia ritiene che il quadro personale di Argentino avrebbe dovuto essere approfondito con una perizia psichiatrica. “Stefano aveva bisogno di protezione. Se non gli fosse stata negata la perizia psichiatrica, tutto sarebbe venuto alla luce”, afferma Daniela Santoro. I familiari, assistiti dagli avvocati Stefano Andolina, Salvatore Catalfo e Giuseppe Cultrera, sostengono che il giovane avrebbe dovuto essere collocato in una condizione di maggiore tutela, anche in ragione della tipologia di reato contestato. Secondo la loro ricostruzione, Argentino non avrebbe dovuto essere inserito tra i detenuti comuni, ma protetto da una situazione ambientale potenzialmente ostile. “Era spaventato, veniva minacciato”. La madre racconta l’ultimo colloquio con il figlio come un momento segnato dalla paura. “Era spaventato, veniva ingiuriato e minacciato”, dice. Pochi giorni dopo, Stefano Argentino è stato trovato morto. “È stato dato in pasto”, denuncia Daniela Santoro, sostenendo che il carcere avrebbe dovuto prevenire il rischio e garantire maggiore protezione. La famiglia parla di “tante presunte negligenze” e ha deciso di rivolgersi anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al quale è stata inviata una Pec.











