di Ombretta Grasso
La Sicilia, 13 marzo 2026
Stasera e domani lo spettacolo fra “cunto” e giochi di luci. Il monologo “Vorrei una voce” storie di donne attraverso le canzoni di Mina è nato da un laboratorio con le detenute. “Perdere la capacità di sognare significa far morire una parte di sé”. Di quanti sogni sono fatte le vite delle detenute della Casa Circondariale di Messina, rinchiuse in uno spazio di sbarre, cancelli, grate? Lo spettacolo “Vorrei una voce” - stasera e domani alle 21 al Teatro Ambasciatori di Catania per la rassegna Palco Off - è dedicato a coloro i quali hanno perso la capacità di sognare.
Scritto e interpretato da Tindaro Granata - autore, attore, regista, vincitore del premio Ubu nel 2015-16, Premio Hystrio nel 2025 per questo lavoro - è un monologo toccante e vitale, drammatico e carico di speranza che si muove sulla voce di Mina. Uno spettacolo nato dall’esperienza umana e artistica del laboratorio teatrale condotto in carcere, con le detenute di alta sicurezza, nell’ambito del progetto “Il Teatro per Sognare”. Quattro anni di incontri, emozioni, cadute e rinascite diventati “materia scenica viva”.
“Quando ho incontrato le detenute per la prima volta - racconta Tindaro Granata - si vergognavano del loro aspetto fisico, dei capelli, di essere ingrassate o senza trucco. Della loro femminilità smarrita tra quelle mura. Ho pensato di giocare con le parole di Mina, una immagine ideale come quella che sognavano di essere. Volevo restituire loro la dignità di essere donne. Non si trattava di cantare, ma attraverso le parole di Mina di sublimare angosce e rimpianti, trasformare il dolore”.
Nello spettacolo, Granata racconta le storie di cinque donne, ognuna legata a una canzone. “Cinque storie che hanno a che fare con il tema della libertà - spiega - intesa come libertà interiore”. La voce è quella della “tigre”, l’attore canta in playback. Lo spettacolo si apre con un filmato inedito di Mina che interpreta “Io vivrò” di Battisti, un dono della grande artista all’attore e regista siciliano. Mina ha espresso il proprio apprezzamento per lo spettacolo, riconoscendone la delicatezza, la profondità e la forza emotiva. In scena c’è solo Tindaro Granata. Ma con lui ci sono gli sguardi, le lacrime, i sorrisi, la voglia di riscatto, il ricordo di un amore, le fragilità di quelle donne. Non vengono raccontati i reati, non c’è giudizio.
“Non racconto il motivo per cui sono in carcere, ma il momento in cui hanno smesso di sognare, hanno smesso di credere nella vita. Lavorare con loro è stata un’esperienza meravigliosa, mi hanno fatto capire che la nostra condizione è per certi versi uguale: tutte le volte in cui non ascoltiamo la nostra voce, i nostri sogni, ci mettiamo in gabbia da soli. Non mantenere fede al nostro istinto, ai nostri sogni nella vita, nel lavoro, ci spegne, ci fa diventare tristi, ci fa perdere la nostra voce. Se smettiamo di sognare, moriamo dentro”.
Acireale si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi del calendario culturale cittadino. Oggi pomeriggio alle 18, nella Sala Convegni Aias Acireale, in via Lazzaretto 65, si terrà l’incontro “L’isola che non c’è. Le sicilitudini e le Sicilie, fra scandalo, rivalsa e riscatto”, inserito nel programma di “Marzo. Il mese della Cultura”.
Sarà un confronto aperto, intenso e provocatorio sulla condizione della Sicilia, sulla sua identità complessa e sulle contraddizioni che da sempre attraversano la società isolana. Un’occasione per interrogarsi su ciò che ancora manca perché la Sicilia possa dirsi pienamente compiuta: indipendenza di pensiero, autonomia di azione e capacità di riscatto collettivo. A dialogare su questi temi saranno tre protagonisti del panorama culturale e istituzionale italiano: Felice Cavallaro, inviato del Corriere della Sera, tra i più attenti narratori delle dinamiche sociali e culturali del Sud; Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, intellettuale e scrittore tra i più lucidi interpreti dell’identità mediterranea; monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana.
Il dibattito prenderà le mosse da una domanda tanto antica quanto attuale: la sofferenza della Sicilia nasce dall’isola che non riesce a essere o dalla “sicilitudine” che la imprigiona? Richiamando le provocazioni di Leonardo Sciascia, l’incontro cercherà di esplorare le molte “Sicilie” che convivono nello stesso spazio: orgoglio e fatalismo, genialità e immobilismo, spirito di rivalsa e rassegnazione. Siamo davvero, come qualcuno ha sostenuto, un popolo irrimediabilmente contraddittorio? Oppure siamo ancora capaci di sorprenderci, di scandalizzare positivamente noi stessi e il mondo mostrando il meglio della nostra cultura, della nostra intelligenza e della nostra creatività? Lo scopriremo nel corso della chiacchierata di questa sera in cui media partner dell’iniziativa sono La Sicilia e Affissione.com.











