di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 30 giugno 2021
28 giugno 2021, giù la maschera. Finalmente, dopo tantissimi mesi, si può tornare a sorridere, guardarsi negli occhi, svelare rughe e rossetti, respirare. Passa la bellezza, insomma; la paura non ancora.
Poi, come un pugno in faccia, mentre usciamo di casa, lo stesso giorno arriva la notizia della macelleria del carcere di Santa Maria Capua a Vetere, con tutto il corollario che segue.
Non è questo il luogo per prendere posizione sul merito della vicenda; non conosco le carte, ma in ogni caso i processi si fanno in aula. Non è questo il punto. Piuttosto, ancora una volta, la gravità assoluta dei fatti (documentati, pare, da referti, video, intercettazioni, messaggi, etc.) scatena reazioni contrapposte, quasi che sia necessario prendere posizione di parte, facendo scolorire il tema di fondo.
Carcere di Pianosa, 1992; da quelle violenze, come sempre molti anni dopo, la condanna del nostro Paese (Labita c. Italia, 6.4.2000)
Di nuovo, anni dopo, Saba c. Italia (1.7.2014), per quanto accaduto nel 2000 nel carcere di Sassari (San Sebastiano), oggi finalmente chiuso. E poi ancora nuove condanne alsaziane per le violenze nel carcere di Asti (Cirino e Renne c. Italia) e per i fatti tragici di Genova, di cui a breve ricorre il ventennale. Tante altre vicende in corso, per le quali vale la presunzione costituzionale di non colpevolezza di tutti gli indagati e imputati (taluni già condannati in primo grado di recente).
E così ancora violenza, una tortura di Stato. Di nuovo "un corridoio umano" (ma quelli umanitari mai).
Non mele marce, non un sistema. Un problema, semmai. L'uso della forza, una certa idea dei rapporti di potere, la banalità del male, la Dignità calpestata. Del resto, qualche anno fa si era parlato di "lezioni di vita carceraria che la guardia sta impartendo al detenuto" quando gli dice che "dentro al carcere comandano loro, non esistono né avvocati né giudici" Così la richiesta di archiviazione, poi accolta, presentata al gip da un pm emiliano.
Oggi, nell'ordine, alle doverose notizie dell'accaduto seguono il comunicato stampa della Procuratrice della Repubblica di SMCV (tredici pagine), contenente numerosi riferimenti testuali captati durante le indagini, la furibonda grancassa social che (soprattutto da parte di alcuni esponenti dei sindacati di polizia) lamenta la criminalizzazione di servitori dello Stato, la pubblicazione su un quotidiano locale delle foto di decine degli indagati con i loro nomi, il comunicato del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, che giustamente "ritiene inaccettabile la pubblicazione in prima pagina delle fotografie delle persone all'indomani della disposizione delle misure cautelari". Qualcuno parla di spettacolarizzazione a proposito delle misure cautelari adottate, "proprio mentre le carceri scoppiano".
Crediamo di intenderci, non ci intendiamo mai.
Serve fornire una versione dettagliata e coperta da segreto per farsi un'idea delle cose?
Serve a qualcuno (agli stessi indagati) esser presentati come vittime dai loro colleghi, dimenticandosi dei detenuti, doppiamente vittime?
Serve esporli a rischi e ludibrio con foto e nomi sui giornali, senza che per altro si riesca a introdurre un numero identificativo sui caschi?
E' intellettualmente onesto evocare l'habeas corpus a senso unico (ed è perfino banale evidenziare che chi scrive non vorrebbe nessuno in galera), quando di norma la custodia cautelare si dispone senza freno?
Servirebbe, invece, debellare lo spirito di corpo, il senso di impunità che neanche l'introduzione del reato di tortura ha cambiato. Formazione delle polizie, confronto tra agenzie, apertura del carcere alla Società. Raccontare le prigioni, mostrarle nella loro realtà ai magistrati che dispongono della libertà e non sanno cosa sia il posto dove uno finisce, ai benpensanti che "a questi gli paghiamo noi da mangiare", e poi urlano se qualcuno usa a caso il manganello ed è chiamato a risponderne.
Il diritto democratico è limitazione della forza. Quando la tortura è di Stato non è mai la stessa cosa. Non basta il reato, introdotto troppo tardi e con evidenti limiti, ma occorre supportare il testo e la giurisprudenza con un dibattito costante, rafforzare il precetto e l'adesione dei consociati alle profonde ragioni sottostanti la norma a tutela della libertà morale.
Mentre qualcuno si interroga sull'opportunità di un piccolo gesto (è giusto inginocchiarsi prima delle partite di calcio?), altri vengono piegati a forza a colpi di manganelli; queste le immagini terribili che finiscono in rete, e che tutti stiamo vedendo. Diranno i giudici chi sono gli uomini in divisa che quel ruolo han tradito, perché è accaduto, ma le immagini sono eloquenti. Qualcuno è Stato; come accaduto di recente, è lecito attendersi che a tempo debito il Ministero sia in aula, accanto a chi è rimasto solo dove il corpo si è piegato alla furia e all'esperienza storica del male
*Avvocato











