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di Simona Musco

Il Dubbio, 27 maggio 2024

Il senatore dem Alfredo Bazoli aveva solo 4 anni quando l’ordigno si portò via sua madre, insegnante e sindacalista. Ventotto maggio 1974. Giulietta Banzi Bazoli, madre di Beatrice (9 anni), Guido (6 anni) e Alfredo (4 anni), si sveglia presto. Prepara la colazione ai bambini, poi li bacia e si infila in macchina, una Renault 5 che la porterà a piazza della Loggia. Deve - vuole - partecipare alla grande manifestazione contro le violenze che stanno insanguinando il Paese. Lei, insegnante di francese al liceo Arnaldo, sindacalista della Cgil scuola, amatissima dagli alunni, ha soli 35 anni quando entra, suo malgrado, nella storia di questo Paese.

In piedi, col pugno alzato, “contro il terrorismo neofascista”, mentre si ripara dalla pioggia vicino ad un cestino dei rifiuti in cui i terroristi di Ordine nuovo hanno lasciato una bomba, che deflagrerà lasciando a terra otto morti. Ci sono Alberto e Clementina Trebeschi, Livia Bottardi Milani, Luigi Pinto, tutti insegnanti. Vittorio Zambarda, un muratore comunista appena andato in pensione, l’ex partigiano Euplo Natali e Bartolomeo Talenti, sindacalista della Flm. E c’è anche Giulietta a terra, senza vita. Giulietta la sindacalista, l’insegnante, la madre di Alfredo Bazoli, avvocato e senatore dem, che come ogni anno racconterà di sua madre e del buco nero che ha inghiottito l’Italia in quegli anni neri.

Che ricordo ha di sua madre, del giorno della strage?

In realtà questa domanda ha una risposta piuttosto breve. Ero solo un bambino, avevo quattro anni e mezzo, e non ho ricordi né di quel giorno né di mia madre in particolare. Tutti i ricordi, purtroppo, sono stati un po’ cancellati nel corso del tempo. Ho qualche flash, ma molto, molto sbiadito.

Ha avuto modo di ricostruire il ricordo di quel giorno attraverso il racconto dei suoi familiari e di chi conosceva sua madre?

È stato mio padre a raccontarmi come andarono le cose. Mia madre era una sindacalista della scuola, insegnava francese al liceo Arnaldo, il liceo classico della città. Era impegnata sia politicamente sia sindacalmente: era un’appassionata anticonformista, molto amata dei suoi studenti per la sua capacità di essere molto diversa dai soliti professori paludati del tempo. Quella mattina era andata alla manifestazione in piazza della Loggia, organizzata da tutti i partiti antifascisti e anche dai sindacati per protestare contro quel clima di violenza eversiva che nella nostra città si avvertiva particolarmente acuto in quei giorni. Pochi giorni prima era saltato in aria un ragazzo di 20 anni, dell’estrema destra bresciana, che trasportava un ordigno di notte sul suo motorino, un ordigno destinato a qualche ulteriore attentato. Mia madre aveva deciso di partecipare, come altri migliaia di cittadini, alla manifestazione, unendosi ad uno dei cortei che si avvicinavano alla piazza da tre punti diversi della città. Quando arrivò, siccome pioveva e lei non aveva un ombrello, andò a ripararsi sotto i portici ed ebbe la sfortuna di andare proprio vicino a quel cestino dei rifiuti dove quella mattina qualcuno aveva riposto un ordigno collegato a un timer, che alle 10.12 fece detonare la bomba. Morì sul colpo, così, quella mattina, il 28 maggio 1974. Aveva solo 35 anni.

Quell’episodio vi ha cambiato la vita...

Sì, è stato uno spartiacque. La nostra vita, la mia è quella dei miei fratelli, è stata più che segnata, direi fortemente, indirizzata e quasi determinata da quell’evento.

Quanto ha inciso anche nella sua scelta di fare politica?

La famiglia di mio padre - che all’epoca era assessore all’Urbanistica della città di Brescia - per tradizione ha sempre avuto passione politica. Mio nonno fu deputato della Costituente, il mio bisnonno fu uno dei fondatori del Partito popolare di Don Sturzo, quindi per tradizione abbiamo sempre avuto una grande passione politica e civile. La mia scelta è maturata dentro questo contesto favorevole, diciamo, alla passione politica. Non credo che quell’evento, di per sé, sia quello che ha fatto scattare una molla particolare. Sicuramente, però, mi ha sempre dato una particolare sensibilità sui valori della democrazia che quella bomba aveva cercato di violare, di limitare.

Cosa ha rappresentato per la storia del nostro Paese quell’evento storico?

È un evento che si inserisce esattamente in quel periodo in cui lo stragismo tentò di condizionare l’evoluzione democratica nel nostro Paese e la sua storia politica. Ed è una stagione figlia di una presenza di forze occulte, nascoste, di neofascisti, pezzi di servizi segreti e pezzi di istituzioni che purtroppo, in qualche modo, hanno lavorato insieme perché si potesse condizionare e limitare la nostra libertà. E che hanno oltretutto impedito l’accertamento della verità: quella giudiziaria è giunta solo 43 anni dopo e si è scoperto, col tempo, che uno dei condannati era un infiltrato dei servizi segreti. È una vicenda clamorosa dal punto di vista delle responsabilità.

Ha seguito il processo?

Quando ero più giovane molto saltuariamente. Cercavo anche di non farmi troppo prendere da queste spire che rischiavano di portarmi sempre al 28 maggio del ‘74. Gli ultimi, invece, li ho seguiti molto più da vicino, così come sto seguendo i procedimenti che sono ancora in corso contro i presunti esecutori materiali della strage. Invece suo padre Luigi partecipava alle udienze? Sì, ma era una situazione diversa per lui. Per noi figli, per noi ragazzi, fratelli, stare troppo dentro questa vicenda, molto pesante da gestire emotivamente, sarebbe stata una cosa molto complicata. Ci siamo preoccupati della cosa una volta più maturi, più grandi, quando siamo stati più in grado anche di fare i conti con la necessità di capire meglio il contesto in cui tutto è avvenuto.

Come mai suo padre quel giorno non era alla manifestazione?

Ci stava andando, era un po’ in ritardo. Era rimasto a casa perché aveva alcuni appuntamenti telefonici e quindi era uscito un pochino più tardi. Sentì il botto della bomba mentre era per strada. Quando arrivò in piazza si accorse di quello che era successo: c’era gente che scappava, insanguinata, che urlava e vide una scena di guerra.

Ma non vide mia madre, che era stata già caricata su un’ambulanza. Non si accorse subito che era morta e ci mise anzi diverse ore prima di sapere. Telefonò ovunque e solo dopo qualche ora fu informato dal suo amico di partito, che era presidente della provincia di Brescia di allora, Tarcisio Gitti. Toccò a lui il compito di dire a mio padre che tra le vittime c’era anche mia mamma.

Come ha vissuto, suo padre, il fatto di essere scampato alla morte per caso?

Come tanti di quelli che si trovavano in quella piazza lì, perché ovviamente la bomba ha colpito a caso, quindi chi si trovava sull’altro lato rispetto a quel cestino non venne colpito dall’onda d’urto e si salvò. Tutti quelli che erano in quella piazza si sentono dei sopravvissuti: stiamo parlando di migliaia di persone.

Lei con queste persone ha avuto modo di parlare di quello che è successo?

Ho parlato con tante persone, che mi hanno raccontato di quella storia, di quella vicenda. Col tempo, l’interesse a capire e sapere si è fatto molto più pressante e prevalente rispetto a qualunque altra considerazione.

Lei il 28 maggio cosa farà?

Di solito non vengo mai a Roma, rimango a Brescia per partecipare alle commemorazioni. Quest’anno ci sarà anche il Presidente della Repubblica. Ma ogni anno partecipo a tanti incontri nelle scuole, dove vado a parlare della mia esperienza ai ragazzi, cercando di trasmettere la memoria di quanto è accaduto.

Cosa dice in particolare i ragazzi e come rispondono a questi racconti?

Spiego la mia storia personale, racconto di mia madre, perché è l’unico modo per suscitare in loro una curiosità. Stiamo parlando di cose accadute 50 anni fa e non si può pretendere che i ragazzi sappiano o siano particolarmente interessati alla cosa. Però una volta che ascoltano la mia storia personale la curiosità scatta sempre.

Ha mai parlato con qualcuno degli studenti di sua madre?

Sì, ogni tanto mi capita ancora di incrociarne qualcuno. E tutti hanno un ricordo di lei pieno di nostalgia.