di Michela Allegri
Il Messaggero, 16 maggio 2021
L'ex vicepresidente del Csm: sulla giustizia ci sono dei nodi da sciogliere, il sistema attuale non dà risposte. È necessario rendere più allettanti i riti alternativi e far funzionare l'udienza preliminare.
Per realizzare una riforma della Giustizia reale e concreta, in credo di velocizzare sul serio i processi, è necessario agire con coraggio. Ne è convinto Michele Vieni, ex vicepresidente del Csm, che fa il punto sulle proposte di riforma fatte dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli, Marta Cartabia.
Onorevole, cosa pensa delle proposte di riforma fatte dalla Commissione?
"Apprezzo lo sforzo, condivido l'urgenza legata al recovery, ma sulla giustizia abbiamo dei nodi strutturali da sciogliere. Non si può pensare di aggiustare il sistema con qualche ritocchino. Non ci si deve illudere, e non si deve illudere l'opinione pubblica, che si possa mettere mano alla giustizia con un po' di manutenzione ordinaria".
Quali sono questi nodi strutturali?
"Per quanto riguarda il processo penale, il rito accusatorio, imbastardito dalle modifiche, si è rivelato inadeguato a contenere e filtrare la massa di procedimenti che il sistema produce. Prevede che il processo si faccia nel dibattimento: tutto deve formalmente avvenire nel contraddittorio delle parti (anche se in realtà l'accusa ha precostituito le prove grazie al controllo assoluto del pm sugli strumenti tecnici di indagine quali le intercettazioni). La condizione per funzionare è avere pochi processi a dibattimento. Ma questo non succede: le fattispecie di reato si moltiplicano, l'udienza preliminare non filtra e, soprattutto, nessuno ricorre ai riti alternativi, perché il micidiale meccanismo della prescrizione induce imputati e avvocati a tirarla per le lunghe. Diventa un cane che si morde la coda. Se non risolviamo il problema della prescrizione, se non renderemo allettanti i riti alternativi, continueremo a ingolfare i dibattimenti e a rendere irragionevole la durata dei processi".
Tra le proposte della Commissione c'è quella di potenziare i riti alternativi. Non basta?
"No. Servirebbe un'udienza preliminare davvero in grado di filtrare. E, soprattutto, servirebbe una reale depenalizzazione. I processi sono troppi, perché i reati sono troppi. Tutti ne parlano e nessuno agisce. Anzi, la politica, non sapendo prendersi le proprie responsabilità, gestisce ogni nuova emergenza con l'introduzione di nuovi reati. Un sistema in cui tutto è reato, non ci sono riti realmente alternativi, tutti puntano alla prescrizione, è destinato a scoppiare".
Quali altri nodi andrebbero sciolti?
"Quello della separazione delle carriere. Se il pm è un magistrato che sta dentro l'ordine l'ordinamento giudiziario insieme al giudice, allora deve cercare anche le prove a discarico dell'imputato, perché questo prevede la legge, e deve chiedere il rinvio a giudizio solo quando ha la ragionevole certezza di ottenere una condanna. Il suo ruolo è stato originariamente pensato con connotati di terzietà. Se invece il pm è l'avvocato dell'accusa, come dopo la riforma de11988, allora la separazione delle carriere è inevitabile, anche per garantire la reale indipendenza dei giudici".
Che indirizzo dovrebbe prendere una riforma del Csm?
"Non si può pensare di riformare la giustizia se non si riforma il governo dei magistrati. Sono due anni che andiamo avanti tra Palamara e Amara, tutti si scandalizzano degli scandali e nessuno fa niente. Il rischio è la delegittimazione dell'ordine giudiziario, che è un problema per la democrazia. Servono una legge elettorale che limiti il peso delle correnti, una sezione disciplinare autonoma e con garanzie di autorevolezza, rigore, imparzialità. Servirebbe anche un sistema di valutazione delle progressioni in carriera che non promuova il 99 per cento e che tenga conto degli esiti del lavoro".
La Commissione ha previsto l'introduzione di un atto di indirizzo del Parlamento, per stabilire le priorità relative ai reati da trattare. Pensa sia utile?
"Assolutamente sì. Di fatto le Procure stilano già per proprio conto un breviario delle priorità che, con tutto il rispetto, è meglio venga deciso dal potere legislativo. L'obbligatorietà dell'azione penale è bella, ma irrealistica Visto che non siamo capaci di fare una reale depenalizzazione, l'obbligatorietà diventa discrezionalità. In Parlamento dovrebbe anche restituire alla polizia giudiziaria il compito di selezionare le notizie di reato".











