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di Ludovica Lopetti

Corriere di Torino, 16 ottobre 2025

Ha chiesto la protezione internazionale a Torino nel 2017 e poi di nuovo nel 2025, ma in entrambi i casi gli è stata negata “per manifesta infondatezza”. A nulla è valso dichiarare che nel Paese d’origine, il Gambia, rischia la morte per il proprio orientamento sessuale. Lo scorso 26 settembre E.J., 27 anni, è stato fatto salire su un aereo per Banjul, la capitale, mentre ancora pendeva il ricorso contro l’ultimo rifiuto della commissione territoriale. L’udienza davanti al Tribunale civile (competente a giudicare in 2° grado le decisioni dell’organo prefettizio) si è svolta martedì, ma senza l’interessato, perché il giudice non ha concesso la sospensione del provvedimento di espulsione.

Apparentemente per i casi come quello di E.J. la sospensiva non è prevista: il decreto legislativo di riferimento (il 25 del 2008) la esclude se si è ristretti nei Cpr oppure se la domanda di protezione è stata giudicata manifestamente infondata. Non la pensano così gli avvocati Stefania Rullo e Andrea Giovetti che hanno chiesto al giudice di rinviare l’udienza per far valutare al questore un permesso “per motivi di giustizia” che consenta al giovane di tornare in Italia per partecipare al giudizio.

Per i legali, nel caso di E. J. sarebbe stato violato il “divieto di refoulement (respingimento, ndr)” previsto dalla Convenzione di Ginevra, nonché le norme Ue in materia di protezione internazionale. Inoltre nella stessa udienza hanno comunicato che “l’asserito compagno” del richiedente è disponibile a essere sentito. Del caso si sta interessando anche l’arcigay Torino: “Le persone migranti razzializzate non sono tutelate in Italia, e chi appartiene alla comunità Lgbtqi+ subisce una doppia discriminazione: per la propria origine e per la propria identità. Questo caso mostra come, ancora una volta, non sia stata rispettata la dignità della persona”.

Il 27enne ha raccontato i suoi trascorsi in Commissione il 2 luglio. Ha affermato di aver scoperto la sua omosessualità a 12 anni “in quanto circuito da un adulto” che gestiva un cinema nel villaggio, con cui poi avrebbe intrattenuto una relazione “meramente fisica” per sei anni all’insaputa dei familiari. Quest’ultimi lo avrebbero scoperto solo a fine 2015 e lo avrebbero picchiato. Arrivato in Italia nel 2017 dopo essere passato per Mali e Libia, il giovane ha spiegato di aver seguito un corso da meccanico e di aver lavorato come giardiniere. Tra il 2021 e il 2024 ha scontato cinque condanne per spaccio e detenzione di stupefacenti. Dopo l’ultimo arresto, a marzo 2024, avrebbe fatto dentro e fuori dal Cpr, trovando infine ospitalità a casa di un connazionale con cui avrebbe intrattenuto una “relazione meramente fisica” per un anno. Il racconto però non ha convinto i funzionari. “Il narrato - si legge nel provvedimento che nega la protezione - non è adeguatamente circostanziato rispetto al percorso di consapevolezza”. Inoltre “non appare ragionevole che, tenuto conto del contesto di riferimento, il richiedente sia rimasto ancora diverso tempo in famiglia e nel luogo di origine nonostante i parenti abbiano scoperto il suo orientamento e nonostante sostenga di essere stato aggredito dal fratello e dai parenti stessi”. I legali non contestano il merito del rigetto, ma sostengono che il loro assistito sia stato rimpatriato prima del tempo.