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di Silvio Messinetti

 

Il Manifesto, 9 gennaio 2020

 

Le terre della Piana di Gioia Tauro sono luoghi di sfruttamento bracciantile ma anche di insurrezione per la libertà. Quel novello "Euno" di origine senegalese che ha permesso agli inquirenti di Palmi di scoperchiare la filiera di schiavismo a San Ferdinando non è che l'ideale epigono degli insorti di Rosarno.

Son trascorsi esattamente 10 anni da quando scesero in strada con rabbia per protestare contro il ferimento di uno di loro. Un "fratello", a cui qualcuno "per gioco" aveva squarciato un braccio sparandogli con un fucile ad aria compressa. Allo stremo per essere picchiati e derubati, per essere sfruttati negli agri e costretti a vivere come bestie in edifici fatiscenti senza né elettricità, né acqua, né bagni, i migranti avevano dato sfogo alla loro collera. Sono passati dieci anni ma le condizioni di vita dei migranti non per nulla cambiate. La politica ha soffiato sul fuoco, quella di destra. Si è voltata dall'altra parte, quella di sinistra (il Pd di Marco Minniti è solo la punta dell'iceberg). Si è preferito gestire in malo modo l'emergenza, senza riuscire a creare un modello reale di integrazione.

Non sono mancati, è vero, in questi anni storie di "resistenti" e di realtà che non si son limitate all'assistenzialismo ma che hanno lavorato per la tutela dei diritti dei migranti. Da Emergency con il poliambulatorio di Polistena ai Medici per i diritti umani (Medu) attivi nella baraccopoli di san Ferdinando, da Sos Rosarno alla cooperativa Valle del Marro. Ma la verità è che a livello centrale non c'è stata la volontà politica di dare soluzioni stabili al problema. I braccianti di Rosarno reclamano da sempre un tetto e la dignità. In cambio hanno ricevuto repressione e sgomberi. Perché come dice don Pino De Masi, parroco di Rosarno e referente di Libera a queste latitudini: "Il problema migranti nella Piana è solo una piccola scatola contenuta in una più grande che è la conduzione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana su cui regge la produzione di ricchezza di gran parte del capitalismo. Ed è, a sua volta una piccola scatola contenuta in una ancor più grande che è la questione meridionale mai voluta risolvere in questo nostro paese".

Gli invisibili sono tanti e sparpagliati in ogni lembo della Piana. Non c'è più la baraccopoli, polverizzata dall'allora ministro Salvini. Ma i migranti vivono sempre allo stesso modo. Nel disinteresse assoluto del governi. I ministri dell'agricoltura sono come dei fantasmi da queste parti. Né l'attuale Teresa Bellanova né il predecessore Gianluca Centinaio vi hanno mai messo piede.

Intanto, i raccoglitori invisibili della Piana, all'alba di ogni giorno, compaiono agli incroci stradali in attesa di essere presi dai caporali. Nei pressi del ponte sul fiume Mesima ma anche, nell'interno, lungo le stradine sterrate nelle campagne al confine tra le province di Reggio e Vibo. Vivono, si fa per dire, in casolari diroccati, in tuguri scrostati senza infissi, solo cartoni e coperte. Sono isole di emarginazione, senza diritti e senza futuro. Non solo a Rosarno ma anche a Rizziconi e Taurianova. In un casolare di Collina di Rizziconi, intorno agli ulivi non curati ci vivono in trenta. Eppure è confiscato alla 'ndrangheta dal 2005. Poi abbandonato.

In un altro terreno requisito alle cosche, in contrada Russo Spina di Taurianova, vivono più di 250 braccianti, in dimore diroccate, baracche, roulotte e perfino nelle porcilaie. Infine, in questo girone della disperazione, c'è la nuova tendopoli di San Ferdinando, realizzata nel 2017. È quella istituzionale. Attualmente ospita oltre 500 persone.

Di fronte ci sono ancora i cumuli dei resti delle baracche, tonnellate di rifiuti pericolosi, lì da dieci mesi, dall'arrivo delle ruspe di Salvini. "I fondi promessi dal Viminale non li abbiamo mai visti", denuncia il sindaco Andrea Tripodi. Solo promesse disattese in questo decennale. Tuttavia, don De Masi non perde l'ottimismo: "Non lasciamoci rubare la speranza. Non stiamo a guardare. Prima che sia troppo tardi, diamoci tutti da fare, sporchiamoci le mani per costruire il cambiamento. E allora in questo lembo di terra del sud ci sarà spazio e dignità per noi. Per i nostri giovani e per i dannati della terra".