di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 2 agosto 2026
Scontri per il cibo e c’è chi raccoglie le briciole. Gli annegati sono 84. Spunta una barriera gonfiabile. Il mattino a Ceuta si apre con una bruma che tutto nasconde e quando si alza, ecco che compare il nuovo confine galleggiante tra la città autonoma spagnola e il Marocco. Per alcune ore la foschia ha fatto da sipario naturale per i lavori di costruzione di questa barriera gonfiabile lunga 500 metri, un escamotage per poter respingere subito i prossimi migranti in arrivo a nuoto, rispettando la recente sentenza del Tribunale supremo spagnolo che impedisce di farlo se non è stata violata una barriera fisica. Cerca di mettersi al riparo Ceuta, diventata un simbolo internazionale dei pericoli dell’immigrazione incontrollata.
Il flusso dei migranti in uscita continua, pur con un ritmo più lento. Del resto oltre 48.300 delle 50mila persone arrivate in tre giorni nell’exclave spagnola in Marocco se ne erano già andate via venerdì, secondo le stime di Madrid. La situazione sta tornando alla normalità, assicura il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, che in visita ieri a Ceuta ha cercato di tranquillizzare gli abitanti. Alcuni negozi stanno timidamente riaprendo le serrande ma la città è lungi dal recuperare il suo aspetto abituale, con tutti quei soldati in strada, gli abitanti ancora rintanati in casa e i migranti che bevono acqua dalle docce sulla spiaggia, ognuna a forma di tavola da surf verticale, con impresso lo slogan “Ceuta, dove si sentono le emozioni”.
Tra gli ultimi a prendere la via di casa c’è Laharizi Nassredine, studente di Economia di Casablanca, 20 anni. Anche lui riferisce di essere stato picchiato dalla polizia spagnola mentre attraversava il confine: “Quella marocchina invece ha chiuso un occhio e ci ha fatto passare, indicandoci pure la strada. Ci usano come pedine per fare pressione, per il resto non valiamo nulla” ci dice deluso ma ora più lucido che mai. La stessa amara consapevolezza esprime Abdul Karrem, 35enne di Tangeri: “Per le autorità marocchine siamo come proiettili in un’arma. Il confronto dovrebbe essere tra governi e non far andare di mezzo i cittadini”, dice mentre bivacca fuori dal Centro di detenzione temporanea per immigrati con altre centinaia di persone per lo più subsahariane. Hanno visto le “porte aperte” dalla “montagna dei migranti” dove risiedono, sul lato marocchino della frontiera, racconta Imad, magazziniere algerino di 22 anni, che si era insediato lì soltanto da una settimana. Lui come gli altri vorrebbe essere ospitato nel centro, che però è al collasso: non c’è più posto per nessuno.
Tutti i servizi di accoglienza sono sovraccarichi da giorni e sarà difficile per i migranti trovare una soluzione umanitaria. Sono piegati dalla fame. Quando a un certo punto la ong Luna Blanca inizia a distribuire un po’ di cibo lì fuori, parte una rissa violentissima per accaparrarselo: una calca di una cinquantina di persone si concentra in pochi metri, con urla e spintoni. Solo l’intervento dei militari riesce a riportare la calma. Poi alcuni, sopraffatti dalla fame, si chinano a terra a raccogliere le briciole.
Per molti di loro l’unico modo per rifocillarsi è sperare nella generosità dei residenti. Nello stesso quartiere, Benítez, c’è qualcuno che lancia loro pacchetti di cibo dalla terrazza di casa: “Non mi fotografate”, ci urla dall’alto. Vuole agire in incognito, per timore di finire sui social ed essere malvisto dai concittadini. C’è anche chi, con i soldi in tasca, si mette in fila fuori da Super Kiko, uno dei pochissimi negozi rimasti aperti, seppur con la serranda a metà, per evitare l’ingresso degli acquirenti in negozio.
Ci inerpichiamo nel famigerato quartiere del Príncipe, una fitta rete di vicoli cresciuta in modo caotico e abusivo e animata da frequenti regolamenti di conti: ricorda un po’ i Quartieri spagnoli di Napoli. Per la sua posizione a ridosso del confine del Tarajal, questo barrio si è ritrovato al centro dell’emergenza, invaso dai migranti, teatro di scontri e risse notturne con i ragazzi che sfogano a sassate e calci la delusione per aver perso la loro scommessa. Ma, dice Ayoub, le gambe scorticate dagli scogli, “non si può lottare contro il proprio destino”. Chiarisce Mustafa, mentre ci fa strada con la sua auto: “Alcuni di loro sono entrati in due case in cerca di cibo ma una era abbandonata e l’altra vuota, i proprietari erano via”.
I residenti, per lo più musulmani, molti di origine marocchina, da un lato hanno organizzato delle ronde per proteggersi, dall’altro stanno dando un grande aiuto a chi arriva stremato o ferito. “Questa gente non ha colpa, a Ceuta non c’è lavoro, non c’è niente, sono stati ingannati, è stata una trappola politica”, considera Ibrahim, 26 anni, nato e cresciuto in questo quartiere. Con la sua moto sta portando del cibo da distribuire: “Ci dipingono come un quartiere malfamato, siamo cresciuti con questa nomea ma qui non ci sono solo criminali, siamo anche gente che aiuta. La verità è che le autorità ci hanno dimenticato, stiamo ancora aspettando che aprano un commissariato”.
Intanto il mare continua a restituire corpi e il bilancio delle vittime sale di ora in ora. Ai 67 corpi recuperati dalla Guardia civil nelle acque spagnole se ne aggiungono almeno altri 17 ritrovati sulla costa marocchina: è una strage di persone annegate tentando di raggiungere a nuoto il territorio europeo. E si continuano a cercare i dispersi. Non ci sono abbastanza camere mortuarie per comporre i cadaveri. Le due allestite nel vecchio ospedale militare sono piene. Nelle stanze accanto, ci sono i minorenni, almeno 500, che non si possono rimpatriare. Tra loro c’è anche un bimbo di 3 mesi, figlio di nessuno, arrivato a bordo di un canotto di plastica.










