La Nazione, 12 giugno 2026
Il report dal Tavolo Asilo e Immigrazione: strutture inefficienti e disumane. Le associazioni lanciano un appello contro l’apertura sul territorio regionale. No al Cpr in Toscana. La posizione presa da Arci, Asgi, Cgil, Cospe, Florence Must Act, Iparticipate, Medu, Migrantes Toscana e Oxfam Italia, contro la realizzazione di un centro a Pallerone (Aulla) è netta. Ed è quella che le medesime associazioni chiedono alla Regione di (ri)prendere. Un appello accompagnato da dati e numeri che, a loro avviso, confermano un’immagine dei Centri di permanenza per il rimpatrio tutt’altro che positiva e utile alla causa: “spazi di sospensione dei diritti fondamentali”, tra l’altro “inefficienti nell’esecuzione degli ordini di rimpatrio”.
È la fotografia che viene fuori dal secondo Rapporto di monitoraggio dei Cpr del Tavolo Asilo e Immigrazione, realizzato nel corso del 2025, e presentato ieri - non a caso a Firenze - dalle associazioni citate prima. Il dossier parte da visite e sopralluoghi effettuati, non senza difficoltà, nelle dieci strutture presenti in Italia.
I dati. Tra settembre e dicembre 2025 si contavano nei Cpr 546 persone, perlopiù provenienti da Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto; una parte dei quali richiedenti asilo. A fronte di una capienza teorica di 1.238 posti totali, quella effettiva disponibile quasi si dimezza a 672 e questo, stando al report, perché il 45% dei posti è inagibile. Un sottoutilizzo, per TAI, valido a mettere in discussione la loro efficacia e quindi la necessità di aprire nuove strutture. A maggior ragione alla luce dei numeri sui rimpatri: l’incidenza è in calo, con un minimo storico nel 2024, quando ad essere stato rimpatriato è stato il 41,8% dei presenti nei Cpr; il 10,4% sul totale dei provvedimenti di allontanamento adottati quell’anno. Ma al di là delle questioni tecniche, sono le condizioni della detenzione e le conseguenze psicofisiche su cui le associazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione vogliono porre l’accento. Situazioni non molto distanti da quelle riscontrate negli anni, e riportate da vari studi e ricerche, nelle carceri italiane (vedi Sollicciano). Quindi spazi sovraffollati, carenze igienico-sanitarie, ambienti inadeguati alle esigenze climatiche, lunghi periodi di inattività. E poi, parlando di diritto alla salute, ritardi nell’accesso alle cure, difficoltà nella continuità terapeutica e carenze nel coordinamento con i servizi territoriali. A questo si collega un aumento dei disturbi dell’ansia, depressivi e post-traumatici - che in alcuni casi culminano in atti di autolesionismo e tentativi di suicidio - ai quali si tenderebbe a rispondere con un uso improprio e massiccio di psicofarmaci, pensati più come strumenti di contenimento che di cura.
“Respingiamo l’idea che la nostra regione sia un nuovo terreno di sperimentazione di norme che riteniamo contrarie al diritto internazionale e alla tutela dei diritti umani - concludono le associazioni - I Cpr non sono riformabili, perché fondati su una logica di segregazione incompatibile con i diritti umani. Chiediamo un cambio strutturale di paradigma basato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana”.










