di Giansandro Merli
Il Manifesto, 28 dicembre 2025
Nonostante il permesso di soggiorno ottenuto in Spagna, padre e figlio si sono ritrovati dietro le sbarre mentre madre e figlia si sono viste ritirare il passaporto. Per tutti è stato emesso un decreto di espulsione, anche se “manifestamente infondato”. Una vicenda tra Kafka e Trump. Il viaggio a Roma per visitare il Vaticano prima della fine del giubileo è costato caro a una famiglia colombiana residente in Spagna con regolare permesso di soggiorno: padre e figlio sono finiti nel Cpr di Ponte Galeria, madre e figlia si sono viste ritirare il passaporto. Tutti hanno temuto il rimpatrio nel paese di origine, da cui sono fuggiti chiedendo protezione in Europa. “Lavoro nel campo del diritto dell’immigrazione da vent’anni. Sulle spalle ho 2.500 udienze di convalida di trattenimenti amministrativi. Ma è la prima volta che assisto a qualcosa del genere”, afferma l’avvocata Cristina Durigon.
Il 18 dicembre scorso è stata raggiunta dalla telefonata di una donna che cercava assistenza legale per la sua famiglia. Il giorno precedente il marito e il figlio, maggiorenne, erano stati portati via da alcuni agenti e rinchiusi in una cella. Il tutto per un alterco su un treno: il controllore aveva chiesto un’integrazione al biglietto ferroviario e si era poi rivolto alla polfer. La famiglia di origine sudamericana era in Italia solo da poche ore: entrata regolarmente dall’aeroporto di Fiumicino, registrata in un B & B con conseguente comunicazione dei nominativi alle autorità, in possesso del biglietto di ritorno (Roma-Barcellona, 23 dicembre 2025).
Elementi che sarebbero dovuti bastare a evitare il trattenimento. Invece la vicenda ha preso una piega degna degli Usa di Trump. Non è chiaro per quale motivo gli agenti non abbiano controllato se i cittadini colombiani avevano il permesso di soggiorno. Perché lo avevano, per richiesta protezione. È stato rilasciato dalle autorità spagnole. “Con quel documento si può lavorare e si può viaggiare”, spiega Durigon. Non si dovrebbe invece finire in un centro di detenzione alle porte di Roma.
Tutta la documentazione è stata mostrata dalla legale al giudice di pace, il 20 dicembre in sede di udienza di convalida. Così, di fronte all’evidenza, anche la questura ha chiesto di liberare i due uomini reclusi. Il provvedimento di trattenimento e quello di espulsione emanati nei loro confronti sono stati ritenuti dal giudice “manifestamente infondati”.
Alle due donne era andata un po’ meglio: invece di finire dietro le sbarre si sono viste “soltanto” ritirare il passaporto, con obbligo di comparizione all’ufficio immigrazione della questura di Roma due volte a settimana. Una misura alternativa che un altro giudice di pace ha assurdamente confermato, aumentando il tono kafkiano di tutta la storia. È servito l’intervento dell’avvocata di fiducia perché la questura revocasse i provvedimenti punitivi in autotela, tanto era palese il sopruso.
Per chiarire la situazione con le autorità ci è voluta tutta la mattinata di lunedì, vigilia del rientro a Barcellona per cui era necessario il documento di identità ritirato. Proprio in quelle ore alla ragazza colombiana è stato notificato un permesso per residenza. Dalla Spagna ovviamente. In Italia c’era ancora il rischio espulsione. Oltre alla certezza che la vacanza era rovinata per sempre.










