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di Mauro Ravarino

Il Manifesto, 25 marzo 2025

Il Centro venne chiuso nel 2023 per i danni causati dalle rivolte. A processo gli ex gestori per il suicidio nel 2021 di Moussa Balde mentre era in isolamento. Si riapre la ferita di Torino, all’incrocio tra corso Brunelleschi e le vie Monginevro e Santa Maria Mazzarello: tra i palazzi del quartiere Pozzo Strada si ergono gabbie e recinzioni metalliche. Ieri ha, infatti, riaperto l’infausto Centro di permanenza per i rimpatri, inaugurato con altro nome (Cpt) nel lontano 1999 e che (tranne gli ultimi due anni) è stato sempre operativo. Nel 2023 il centro fu chiuso a causa dei danni provocati dalle numerose rivolte interne contro le condizioni di detenzione e i decessi. L’ultimo è quello di Moussa Balde, 23enne originario della Guinea che, nel maggio del 2021, si tolse la vita in isolamento.

Era stato trovato sprovvisto di documenti a Ventimiglia dopo aver subito un’aggressione da parte di tre uomini. Nel 2019 morì nella stessa sezione Faisal Hossein, bengalese di 32 anni, vittima di violenza all’interno del centro. Lo scorso luglio la prefettura ha indetto una gara per la riassegnazione vinta la coop Sanitalia: 8,4 milioni per due anni. Ora, ci sono tre aree da 30 posti e non ancora persone trattenute. A Torino si è riaccesa la protesta. Venerdì in piazza Carignano con la Rete torinese contro tutti i Cpr, formata tra gli altri da Cgil e Pastorale migranti. Sabato, in corso Brunelleschi, con Marco Cavallo, icona basagliana di liberazione, per il lancio della Campagna di sensibilizzazione per la salute mentale dentro i Cpr. E ieri con un presidio dei centri sociali davanti a un Cpr blindatissimo dalle forze dell’ordine che hanno caricato i manifestanti che si avvicinavano con uno striscione.

Gli attivisti del Gabrio hanno detto con forza che “i Cpr devono essere aboliti in quanto luoghi di tortura e segregazione, in cui il diritto alla salute viene negato”. Contrario alla riapertura anche il comune di Torino con il sindaco Stefano Lo Russo. Una posizione che l’assessore al Welfare, Jacopo Rosatelli, spiega: “Il comune ha espresso ufficialmente la propria contrarietà, ma il governo ha deciso di ignorarci. Non mi stupisce. Ora vigileremo scrupolosamente sul funzionamento della struttura, che per definizione è lesiva della dignità umana. L’attenzione istituzionale e sociale non mancherà”. Ieri si è svolto un sopralluogo del capogruppo di Avs, Marco Grimaldi, e della consigliera comunale di Sinistra ecologista, Sara Diena. “Nonostante la ristrutturazione e la riduzione dei posti letto da 7 a 6 per dormitorio, non rileviamo significativi cambiamenti se non una minore privacy dovuta alla sostituzione dei vetri oscurati con vetri trasparenti. Terremo il fiato sul collo al nuovo gestore di una struttura che doveva chiudere per sempre”.

Processo sulla morte di Balde: la fase dibattimentale si è aperta a febbraio e vede imputati per omicidio colposo la direttrice dell’ex ente gestore Gepsa e il medico responsabile. L’avvocato della famiglia di Balde, Gianluca Vitale: “Il Cpr riapre ma la sostanza non cambia, questi centri non sono idonei a rispettare i diritti delle persone. Giuridicamente, qui, la detenzione non ha regole se non circolari ministeriali. Questa deregolamentazione affida all’arbitrio di chi gestisce il rispetto o meno dei diritti. Inaccettabile oltre che incostituzionale”.

A destra, la torinese Augusta Montaruli (vicecapogruppo alla Camera dei FdI) applaude alla riapertura del Cpr: “Assolutamente una buona notizia”. Il ministro della Pa Paolo Zangrillo dice di stare lavorando “per fare le cose al meglio” e dare in tema di immigrazione “maggiore sicurezza ai cittadini”. Non la pensa così il cardinale Roberto Repole: “Non possiamo rassegnarci a rinchiudere chi non ha commesso reati e a non cercare percorsi per la regolarizzazione e l’inserimento delle persone nella nostra società”.