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di Gianni Oliva

La Stampa, 24 novembre 2025

“La scuola è il principale strumento di integrazione”, si legge da più parti. Tutti d’accordo. Ma la scuola non è il “banco alimentare”, dove la buona volontà dei volontari e la generosità dei donatori possono fare la differenza. La scuola è un’istituzione complessa, con parti che si integrano l’una con l’altra, dove l’indole positiva dei singoli non basta: la scuola ha bisogno di programmazione, di articolazione, di aggiornamento. In tempo di migrazioni, la scuola che integra non può essere la stessa scuola di prima aperta ai nuovi arrivati. Deve essere una scuola rinnovata. E senza pensare a improbabili rivoluzioni copernicane, qualche intervento si può fare: per esempio, a partire dall’insegnamento della lingua.

Conciliare “sicurezza” e “accoglienza”: come scrive nell’editoriale di ieri il direttore Andrea Malaguti, guardando alla realtà di Torino, i due aspetti sono disgiunti. Sarebbe una constatazione ovvia se la politica non soffiasse in direzione opposta, con la clava dei respingimenti e dei Ctp contrapposta al “buonismo” facile di chi nulla conosce della vita in “barriera” perché abita in collina o in Ztl. Ma, si sa, quando la politica è vuota di progetti, si nutre di populismi, a destra come a sinistra: perché è populismo dire “rimandiamoli a casa loro”, ma lo è altrettanto dire “accogliamo tutti a prescindere”.

Non è la prima volta che Torino affronta il fenomeno migratorio. È accaduto, in termini quantitativamente ben più rilevanti, negli anni del “boom economico”, quando i 700mila abitanti del 1951 sono diventati il milione e 400mila del 1971 e i borghi rurali dintorno (Nichelino, Settimo, Venaria, Grugliasco, Collegno) sono stati risucchiati nell’area metropolitana. Anche allora diffidenze e veleni da una parte, buone intenzioni dall’altra. A risolvere il problema è stato il benessere di quegli anni, la possibilità di trovare in tempi ragionevoli un lavoro dignitoso, gli interventi delle amministrazioni per garantire case popolari, ospedali, scuole.

Vorrei dire, “soprattutto scuole”. La mia era una famiglia piemontese da sempre, cattolica praticante, che però mi raccomandava di non andare a giocare vicino al Casermone di Via Verdi (dove oggi c’è l’Università) perché lì era pericoloso, era un Centro di prima accoglienza e “c’erano i figli dei terroni”. Ma i “figli dei terroni” erano i miei compagni di banco, irpini, calabresi della Locride, salentini: stessi banchi, stessi libri, stesso oratorio dell’Annunziata in via Sant’Ottavio, stessi calci al pallone. È la scuola che ci ha insegnato ad essere uguali.

Oggi sono differenti la congiuntura economica, le prospettive di lavoro, le condizioni dei Comuni (che hanno più debiti che risorse). Ma la scuola può ancora svolgere un ruolo importante, a condizione di adeguarsi ad una situazione di emergenza. In primo luogo, le risorse umane: nei quartieri marcatamente multietnici bisogna che il numero di alunni per classe sia più contenuto rispetto ai parametri generali. Per i maestri si tratta di amalgamare nel gruppo-classe culture, tradizioni, linguaggi differenti. Non è pensabile che a farlo siano le stesse unità di personale che operano in realtà omogenee e aggregate. In secondo luogo, bisogna offrire corsi di lingua per chi arriva in città in fasce di età più alte, siano essi adolescenti da iscrivere alle scuole superiori, o siano essi adulti da formare in corsi serali. Pretendere il rispetto delle regole e delle leggi è sacrosanto: ma è altrettanto imprescindibile veicolare lo strumento linguistico che permette la conoscenza di ciò che va rispettato. In terzo luogo, bisogna formare i docenti. Insegnare l’italiano agli italiani è cosa assai diversa che insegnare l’italiano ad uno straniero: cambiano l’approccio, la metodologia, la tempistica. Non si può attingere alle graduatorie dei laureati in Lettere e affidare un incarico di questa specificità.