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di Youssef Hassan Holgado

Il Domani, 15 agosto 2026

La Commissione ha aperto un canale con i talebani nonostante la drammatica situazione umanitaria nel paese e la repressione dei diritti. A giugno una delegazione è stata ospitata a Bruxelles per accelerare le espulsioni. Anche l’Italia spinge per i rimpatri. Jalali, Ecre: “Non sappiamo che cosa accada alle persone una volta riconsegnate alle autorità”. Nell’agosto del 2021 migliaia di persone si accalcavano all’aeroporto di Kabul nel tentativo di fuggire dall’avanzata dei talebani. Le capitali europee promettevano di mettere in salvo collaboratori, attivisti, giornalisti, donne e uomini minacciati dal nuovo regime. Cinque anni dopo, la direzione si è invertita: si discute di come rimpatriare gli afghani.

“Diversi governi europei, tra cui quello italiano, hanno formalmente sollecitato la Commissione Ue ad avviare un dialogo con i talebani sui rimpatri”, spiega Reshad Jalali, responsabile advocacy dello European Council on Refugees and Exiles (Ecre). Il 23 giugno una delegazione talebana ha incontrato a porte chiuse, a Bruxelles, funzionari europei per discutere dei rimpatri. L’obiettivo dichiarato è espellere gli afghani senza diritto di soggiorno, a partire dai condannati per reati e da chi è considerato una minaccia per la sicurezza. Le organizzazioni per i rifugiati temono però che i rimpatri possano essere estesi anche ai richiedenti asilo respinti.

“Vivere in Afghanistan significa vivere in una sorta di prigione”, dice Jalali. Il paese attraversa una delle crisi umanitarie e dei diritti umani più gravi al mondo. Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel 2026 oltre 22 milioni di persone, più della metà della popolazione, avranno bisogno di assistenza umanitaria. “Sul piano dei diritti - prosegue - i talebani hanno smantellato le principali garanzie legali, represso il dissenso e perseguitato giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani. Le donne e le ragazze sono le più colpite: sono state escluse dall’istruzione, dal lavoro e dalla vita pubblica e subiscono pesanti limitazioni alla libertà di movimento”.

Secondo l’Onu, questa repressione “potrebbe configurare anche una forma di apartheid di genere”. Afghanistan: cinque anni di oscurantismo. Eppure l’Europa sta normalizzando i talebani Il dibattito pubblico si è ribaltato: come si è passati dalle evacuazioni ai rimpatri? Colpisce soprattutto la rapidità con cui si è trasformato. Fino a poco tempo fa i governi europei parlavano di evacuazioni, ingressi umanitari e percorsi sicuri per gli afghani a rischio. Oggi, invece, aumentano le richieste di deportazioni verso un paese in cui la situazione non è migliorata, ma si è ulteriormente deteriorata. È il risultato delle pressioni esercitate da alcuni Stati membri, che da tempo chiedono di riprendere le deportazioni verso l’Afghanistan.

L’Unione europea, però, non riconosce il governo talebano. La Commissione europea sostiene che si tratti di contatti esclusivamente operativi e che non implichino alcun riconoscimento politico. Ma ospitare a Bruxelles rappresentanti talebani per discutere di deportazioni va oltre un semplice confronto tecnico e invia un segnale politico preoccupante. Il problema principale è la mancanza di trasparenza: gli incontri si sono svolti a porte chiuse e non è stato pubblicato alcun resoconto, quindi non sappiamo quali temi siano stati affrontati né se siano stati assunti impegni. Dopo la visita, i talebani l’hanno definita “storica” e hanno parlato della ripresa dei servizi consolari e dell’invio di nuovi diplomatici in Europa.

Questo lascia pensare che ritengano di avere ottenuto qualcosa in cambio. In quale strategia europea si inseriscono questi colloqui? I colloqui con i talebani devono essere letti nel quadro della nuova politica europea sui rimpatri. Il Patto sulla migrazione e l’asilo e le successive proposte in materia puntano ad aumentare le espulsioni delle persone la cui domanda di protezione è stata respinta e a rafforzare la cooperazione con i Paesi di origine. L’Afghanistan rappresenta però un caso eccezionale.

I talebani non sono riconosciuti dall’Unione europea, continuano a commettere gravi violazioni dei diritti umani e alcuni loro dirigenti sono sottoposti a sanzioni o mandati di arresto. Discutere con loro di deportazioni solleva quindi una domanda inevitabile: dove finisce il dialogo tecnico e dove comincia la legittimazione politica? L’Unhcr continua a sconsigliare i rimpatri forzati verso l’Afghanistan. Qualunque politica europea deve rispettare il principio di non respingimento, che vieta di trasferire una persona in un luogo dove rischia persecuzioni, torture o altri gravi danni. Quali rischi corre chi viene rimpatriato a Kabul?

Non esiste un sistema indipendente di monitoraggio: non sappiamo se le persone rimpatriate vengano interrogate, detenute, maltrattate o sottoposte a rappresaglie. Le testimonianze degli di chi è stato espulso da Iran e Pakistan parlano di controlli dei telefoni, interrogatori e verifiche da parte delle autorità talebane. Sono stati segnalati casi di persone uccise dopo il ritorno, anche se non sempre è stato possibile ricostruirne con certezza circostanze e responsabilità. L’assenza di garanzie legali e il rischio di persecuzioni rendono impossibile considerare l’Afghanistan un Paese sicuro. La questione non è soltanto la possibile legittimazione dei talebani, ma anche la scelta di consegnare delle persone allo stesso gruppo dal quale sono fuggite.