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di Marina Piccone

L’Osservatore Romano, 1 dicembre 2024

I risultati delle ispezioni della Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili. “Vi diamo il benvenuto!”; “Siamo lieti di potervi assistere e sostenere durante il vostro soggiorno presso i nostri Centri”; “Infopoint h24”; “Programmazione di attività per il tempo libero e di laboratori occupazionali”: sono i cartelli che accolgono gli “ospiti” in quello che sembra essere un villaggio vacanze. E, invece, ci troviamo all’ingresso del Centro Permanenza Rimpatri (Cpr) di Ponte Galeria, a Roma, dove la scritta “Vi auguriamo un piacevole soggiorno” suona come la beffa finale. Perché di piacevole, nel Cpr, non c’è proprio niente.

Secondo quanto denuncia il dossier “Chiusi in gabbia: viaggio nell’inferno del Cpr di Ponte Galeria”, curato dalla Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), presentato nei giorni scorsi a Roma, a Palazzo Valentini, il centro è infatti un luogo in cui si vive in condizioni indegne, dove vengono violati i diritti umani fondamentali e dove si respira un’aria di disperazione, Durante la presentazione del rapporto, l’associazione ha riferito dei gravi aspetti critici riscontrati durante le visite ispettive, che parlano di un luogo di pura afflizione del quale viene chiesta la chiusura immediata attraverso un’azione popolare promossa dal mondo accademico.

Situato a via Portuense, nella zona sud-ovest della città, il centro è attivo dal 5 agosto 1998 e, fino al 2021, è stato la più grande struttura di detenzione amministrativa del Paese, con una capienza che, nel corso degli anni, è oscillata dai 300 ai 210 posti, poi ridotta a 125 nell’ultimo capitolato d’appalto. È, inoltre, l’unico Cpr degli otto esistenti ad essere dotato di una sezione femminile. Gestito, nel corso degli anni, da varie realtà: Croce rossa italiana, cooperativa Auxilium, multinazionale Gepsa e cooperativa Albatros, è stato teatro di numerose rivolte a causa delle pessime condizioni di detenzione e del prolungamento, fino a 18 mesi, dei termini di trattenimento (L. 124/2023).

Nella memoria di tutti, per la sua drammaticità, è rimasta la cosiddetta “Protesta delle bocche cucite”, di oltre dieci anni fa, in cui i detenuti si cucirono la bocca con ago e filo. Nel dicembre 2021, la gestione è passata nelle mani della multinazionale Ors, una società britannica che amministra prigioni e centri di detenzione per migranti in tutto il mondo. Un appalto da circa 7 milioni di euro. Molto poco utilizzati visto che le violazioni del capitolato sono tante e tali da portare, nel 2023, la Prefettura di Roma ad irrogare alla società sanzioni per un valore complessivo di oltre 100.000 euro per il mancato rispetto della dotazione minima di personale, più altri 50.000 circa relativi alle condizioni degradanti in cui vivono le persone detenute.

Attualmente, nella struttura sono presenti 69 uomini e 3 donne (dati al 3.10.2024), in spazi divisi da spesse cancellate di ferro alte fino a otto metri, alle quali sono stati aggiunti pannelli di vetro per limitare i tentativi di evasione o di sommossa. Nei locali di pernottamento, a causa di una diminuzione dei posti disponibili, i detenuti, secondo il report di Cild, dormono accatastati in celle con letti privi di materassi o su giacigli di gomma piuma usurati, privi di reti, lenzuola e cuscini, e senza armadietti dove riporre i propri effetti personali, il numero di bagni è insufficiente, mentre la sezione femminile, sempre secondo il dossier, versa in uno stato di completo abbandono.

Ad ora risultano attivi due moduli, con una capienza regolamentare di 5 posti in cui sono rinchiuse 3 donne in condizione di grave vulnerabilità. Le detenute sono costrette a passare tutto il giorno all’interno dei luoghi di pernotto e riferiscono di un senso di “soffocamento”. Sia la zona maschile che quella femminile, secondo Cild, sono caratterizzate da condizioni igienico sanitarie insostenibili (viene denunciata la presenza di cimici e casi di scabbia, scarsità dei prodotti per l’igiene personale e inadeguatezza del vestiario che Ors dovrebbe distribuire); mancanza di strumenti essenziali per la sicurezza e il benessere e una severa limitazione della libertà di movimento.

Le persone sono chiuse nelle zone detentive per l’intero arco della giornata. Si può uscire solo accompagnati dalle forze dell’ordine o dagli operatori del Centro per colloqui con avvocati, eventuali familiari e per visite mediche. La mancanza di campanelli di allarme nelle zone di pernotto rende impossibile un’eventuale richiesta di aiuto. Nonostante la presenza di una mensa, inoltre, i pasti verrebbero distribuiti attraverso le grate e consumati all’interno delle celle.

Le quali sono illuminate da una luce centralizzata, che impedisce alle persone detenute di accenderla o spegnerla autonomamente, una pratica stigmatizzata anche dal Comitato europeo di Prevenzione della Tortura. L’assenza di attività e progettualità è un ulteriore aggravamento delle condizioni. Ci sono due campi sportivi che, però, dal 2o2o non vengono utilizzati. Solo due associazioni, “A Buon Diritto” e la Comunità di Sant’Egidio, hanno un accesso regolare. La non presenza di altri soggetti, come l’associazione anti-tratta “Be Free”, è particolarmente allarmante, poiché queste organizzazioni svolgono un lavoro cruciale per le vittime di tratta e violenza, molte delle 45 donne ospitate dal Cpr nel 2023, provenienti da: Nigeria, Perù, Cina, Cuba, Tunisia, Georgia e Romania. Le altre sono ex collaboratrici domestiche che non hanno più il permesso di soggiorno in seguito alla perdita del lavoro.

A tutto questo, denuncia sempre Cild, si aggiungono la violazione del diritto alla salute e la somministrazione massiccia di psicofarmaci su persone trattenute e private della libertà senza aver commesso alcun crimine. In questo quadro gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio rappresentano una drammatica costante. Per quanto riguarda, poi, la funzione precipua dei centri, e cioè i rimpatri, il Rapporto registra il quasi totale fallimento. Nel 2023, le persone rimpatriate del Cpr di Ponte Galeria sono state 268 (di cui 8 donne), il 23,4% del totale dei detenuti, per la maggior parte provenienti dalla Tunisia, il Paese più rappresentato (34,9%), seguito da Marocco (16%), Nigeria (11,3%) e Egitto (6,5%).

“Ciò significa che il restante 76,6% ha subito una detenzione illegittima, anche rispetto al controverso e inaccettabile termine previsto dalla normativa”, afferma Laura Liberto, presidente di Cild. Di notevole gravità appare il dato relativo ai rilasci per “accertamento della minore età”, che, nel 2023, ha riguardato 8 minori.

“Non si sa per quanto tempo questi minori siano stati detenuti. Ciò di cui siamo certi è che si tratta di una prassi illegittima, in aperta violazione della Legge Zampa del 2017 che stabiliva un sistema di protezione per i minori stranieri non accompagnati”, continua Liberto. Le storie di alcuni detenuti sembrano confermare le condizioni drammatiche in cui i detenuti sono costretti a vivere. Del suicidio, nel febbraio scorso, di Osmane Sylla, 22 anni, della Guinea, si è parlato molto. Meno nota è la storia di Wissem Ben Abdel Latif, morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Camillo di Roma nel 2021.

Da anni, il “Comitato verità e giustizia per Wissem Ben Abdel Latif’, di cui sono promotori la famiglia del ragazzo, la Campagna lasciateClEntrare, la Fondazione Franco e Franca Basaglia e l’associazione Sergio Piro, si batte per far riconoscere la responsabilità dei dirigenti medici e del personale sanitario dei due ospedali in cui il ragazzo è stato ricoverato, ma ancora non ha avuto giustizia. Wissem, 26 anni, tunisino, arriva a Lampedusa il 2 ottobre 2021.

Il giorno successivo viene condotto insieme ad altri migranti su una nave quarantena, ad Augusta, dove manifesta la volontà di chiedere protezione internazionale perché la sua meta è la Francia, dove vive lo zio. Tuttavia, il 13 ottobre, viene trasferito nel Cpr di Ponte Galeria dove inizia a manifestare i primi segni di sofferenza psichica e, perciò, sottoposto a una pesante terapia farmacologica. Il 23 novembre, viene inviato al pronto soccorso dell’ospedale Grassi di Ostia, dove rimane “in una situazione di “costrizione meccanica”, cioè con braccia e gambe legate al letto, per 37 ore e 3o minuti”, racconta l’avvocato Francesco Romeo, che ne difende i diritti. In quella stessa data, il giudice di pace di Siracusa ordina la sua liberazione, ma Wissem, secondo le associazioni che ne difendono i diritti, non ne riceve comunicazione.

Due giorni dopo, viene trasferito al San Camillo, dove sarebbe stato legato per altre sessantatré ore. Anche qui, secondo le accuse, sarebbe stato sottoposto a dosi massicce di psicofarmaci. A nulla sarebbero serviti i segnali di allarme derivati dai suoi esami clinici, che avrebbero indicato valori critici e sospetti danni muscolari o cardiaci.

All’alba del 28 novembre 2021, Wissem muore per arresto cardiocircolatorio. “La detenzione amministrativa non solo viola i diritti, ma impone inutili sofferenze a chi è già in situazione di estrema vulnerabilità”, afferma Liberto.

“I Centri di permanenza per i rimpatri fanno parte di un sistema che non appare riformabile, per questo è necessario procedere subito al loro smantellamento, a cominciare da quello di Ponte Galeria”.